mercoledì 16 agosto 2017

Fantasmi lo siamo un po' tutti.



Ho appena terminato la lettura di questo romanzo e mi è venuta voglia di raccontarvi una storia, una di quelle dove lettura e vita si accarezzano per un po'.


Questo romanzo mi è piaciuto. Forse perché concorda perfettamente con il periodo che sto vivendo: leggero, scorrevole (anzi, scorrevolissimo), piacevole come un pomeriggio in veranda fuori dal caos della vita.
E poi c'è qualcosa che mi ha fatto sorridere. Leggendolo mi sono tornate in mente altre sere d'estate di tanti anni fa.

Quell'anno avevamo costruito una capanna sopra l'albero di un campo che credevamo disabitato. Un modo come un altro per trascorrere le lunghe vacanze estive, una trovata geniale di noi ragazzini che a quell'età cominciavamo a scoprire il Mondo. Fu così che per qualche giorno quella capanna era diventata il nostro rifugio e spesso e volentieri per lei rinunciavamo al mare. Il momento più bello era la sera.  La raggiungevamo attraverso un sentiero tracciato di giorno con i motorini e, dopo aver annunciato la nostra presenza ai "compagni" che ci aspettavano lassù, salivamo sull'albero che al buio sembrava immenso. Da lì sopra faceva tutto un po' paura e mancava il coraggio di scendere giù.

Fu durante una di quelle sere che cominciammo a parlare di fantasmi e case stregate. Io ci credevo e ci credo ancora adesso, ero quindi avida di quelle storie. Parlavamo soprattutto di una categoria speciale di fantasmi, quelli che qui da noi in Sicilia sono noti con il nome di "patruna o luocu" (padroni del luogo). Ne avete mai sentito parlare? Sono gli abitanti di una casa che dopo essere morti restano in quel luogo per sempre e terrorizzano i nuovi inquilini, i vivi venuti dopo di loro.
Insomma, l'opposto di quanto accade in questo romanzo. A quelle storie io ci credevo, ma anche chi non ci credeva, quella sera batteva i denti e si stringeva a chi gli stava vicino. Forse non erano solo storielle, magari qualcosa esisteva davvero.
Tutto merito della capanna immersa nel buio mai troppo nero delle notti d'estate. Pochi giorni dopo qualcuno distrusse il nostro rifugio. Era finita anche quell'estate.

Qualche giorno fa sono ripassata per caso da quella strada. Ho guardato verso quel campo che ora è davvero disabitato, ma non ci ho visto più il nostro albero in fondo al sentiero.
Scomparso come Slade House. E noi? Scomparsi anche noi, o forse no. Quel luogo che agli occhi degli altri non ha nulla di ciò che è stato, per me esiste ancora.  Lo so perché è bastata un'occhiata per risentire i brividi dopo una folata di vento tra le foglie e i denti che battono nel buio di quel porto sicuro. E allora mi sento un po' custode anch'io. Forse lo diventiamo un po' tutti e non ce ne andiamo mai del tutto dai nostri rifugi.
"Patruna o luocu" lo siamo anche da vivi. Questo l'ho capito solo dopo.

Questo romanzo non mi ha emozionata, arricchita o divertita. Ha fatto qualcosa di molto più semplice e speciale: mi ha ricordato che ogni storia è un po' più magica sotto il cielo delle sere d'estate.
Buona lettura😊

venerdì 4 agosto 2017

L’estremo saluto all’inquilino del comodino

Ormai è noto che sul mio comodino da qualche settimana ci sta solo lui, Il conte di Montecristo
L’ho scritto precedentemente in un post, ne ho parlato con qualcuno e riparlato con qualcun altro.
A rischio di diventare pedante e ripetitiva, oggi qualcosa voglio ancora dirla; glielo devo prima di sfrattarlo definitivamente dal comodino.
Non si tratta di una recensione o di critica letteraria; non ho nulla da dire sullo stile o i richiami intertestuali: questo è il campo indiscusso di professori, critici o blogger di lunga esperienza. A me basta la pura lettura, quella totale e disinteressata, quella che si confonde con la vita: ai romanzi non chiedo nulla, mi siedo comodamente e li ascolto. Alcuni di loro restano muti e passano quindi indenni da sottolineature e trascrizioni cartacee e virtuali; per altri il discorso è diverso, ed ecco allora che interviene la vecchia agenda blu e il neonato angolo virtuale.
Il conte di Montecristo fa parte di questo secondo gruppo e merita dunque questo mio estremo saluto.

Esso è innanzitutto un viaggio.
Dico spesso che ai viaggi nello spazio preferisco quelli nel tempo: ebbene, questo lo è stato.
Devo ammettere che sono avida di questo genere di letture: le preferisco perché è con esse che si ha un assaggio di eternità. Sono pagine che consentono di sbirciare dalla serratura di porte chiuse per sempre, di origliare quei dialoghi che hanno la grazia di una poesia, di temere per la vita di un uomo pronto a premere un grilletto pur di salvare il proprio onore.
Ecco il viaggio che vorrei davvero compiere: con questo libro ho esaudito il mio desiderio.

Al viaggio aggiungo la magia.
Ogni oggetto emana un bagliore in grado di accecare l’adulto più cinico e di restituirlo all’età beata in cui si crede a tutto fuorché alle cose vere. È il miracolo de Le mille e una notte, il Leitmotiv della mia storia di lettrice.
Per questo ho amato questo romanzo, perché ha reso possibile quello che credevo ormai perso per sempre: amare le fiabe, ascoltarle con l’umiltà della bimba che della vita non conosce ancora nulla.

Poi c’è l’uomo.
Si può essere indifferenti al passato, non condividere la mia passione per l’Ottocento, essere immuni dal meraviglioso, farsi beffa della magia. Si può essere, insomma, sordi alla vita, ma si resta pur sempre uomini. E in questo romanzo è racchiusa la storia di un uomo che in una vita ha conosciuto il sapore di tutte le vite possibili.
Ricordo che un pomeriggio di luglio, mentre acquistavo un libro, mi ero trovata a parlare con la libraia di questo romanzo e in quell’occasione mi era capitato di definire il protagonista un “mostro”. Non so perché mi era sfuggita quella parola, forse perché ero reduce dall’episodio in cui un condannato veniva mazzolato – leggetela quella scena e vediamo se non mi darete ragione – sotto lo sguardo divertito e insensibile del conte. Nei giorni successivi mi ero però pentita di quell’infelice appellativo.
Oggi penso che se quella volta ero ricorsa a quel termine un motivo c’era: pensateci, non diventiamo forse dei mostri dopo essere stati annientati dal dolore? La sofferenza, quando non uccide, fortifica. Sacra verità. Ma in questo romanzo ne ho trovata una che è forse più vera: “Il dolore, quando non uccide, imbruttisce, o meglio abbrutisce”. Sì, perché Edmondo Dantès ricorda spesso una belva ferita, un vampiro, una roccia simile a quelle della sua isola. Sono rari i momenti in cui c’è dell’altro, ma ci sono. Capita, infatti, che i suoi occhi si riempiano di lacrime e il suo viso terreo si imporpori all’improvviso. È in quegli istanti che l’uomo lotta contro il mostro, che scava nella roccia e cerca uno spiraglio di aria non corrotta dalla rabbia; lotta aggrappandosi all’eco di ciò che è rimasto: i ricordi di un tempo innocente privo di rabbia e colmo d’amore.

L’uomo riaffiora e vince non appena il tarlo dell’insicurezza comincia a rodere la corazza del dolore. Il dubbio di aver commesso un errore durante la propria “sacra” vendetta, di aver causato la morte di un innocente, di non essere, dunque, lo strumento di Dio ma solo un uomo come tanti. Non conosce più i piani della Provvidenza, il responso degli oracoli. Che si sia sbagliato anche sul conto dell’umanità? Lui che di fronte al plotone d’esecuzione aveva affermato:

"Ecco là un uomo che era rassegnato alla sua sorte e andava incontro alla morte senza resistenze e senza lamentele; sapete che cosa gli dava un po’ di animo? Che cosa lo consolava? Che cosa gli faceva accettare pazientemente la sua condanna? Era questo: che un altro subiva le sue stesse angosce, che un altro andava alla morte con lui, come lui; che un altro sarebbe morto prima di lui. […] ma l’uomo che Dio creò a sua immagine, l’uomo a cui Dio impose come unica, suprema legge l’amore del prossimo, l’uomo a cui Dio diede la voce per esprimere i pensieri, quale grido getta appena sa che il suo compagno è salvo? Un’imprecazione! Onore all’uomo, capolavoro della natura, re del creato!".

Lui che disprezzava gli uomini e aveva lasciato che al suo servitore tagliassero la lingua pur di avere un servo incapace di parlare, e quindi di nuocere. Lui, che conosceva ogni cosa e non si stupiva di nulla perché poteva avere tutto, ora comincia a barcollare e lascia andare in frantumi la terribile corazza. Ora è pronto a perdonare e ritrovare l’amore, unica vera gioia concessa a chi rinuncia al trono celeste per farsi uomo sulla Terra.
Per fortuna c'è il lieto fine.

Eppure adesso che è finito tutto mi sorge un dubbio: si era davvero sbagliato il giorno dell’esecuzione? Quelle parole mi ronzano ancora in testa. Il principio alla base del suo pensiero era il nostro vecchio e innocuo “mal comune mezzo gaudio”. La cara medicina contro le nostre delusioni quotidiane; non c’è mica bisogno di una ghigliottina per ricorrervi: basta un amore finito, un esame andato male, un licenziamento. Il boccone è meno amaro se mandato giù insieme ad altri, ammettiamolo.
Ebbene, c’è da fare attenzione. Lo dice anche il conte che se la goccia di un elisir può salvare la vita a un uomo, cinque gocce della stessa sostanza possono strappargliela in una manciata di minuti.
Si dia il caso, dunque, che anche il nostro innocuo “mal comune mezzo gaudio” vada bevuto a piccoli sorsi, onde evitare di ritrovarci a imprecare perché qualcuno non morirà prima di noi. 

Credo di aver detto tutto. Non resta che trascrivere l’ultima pagina, quella che ho preferito:

«Quanto a voi, Morrel, ecco il motivo segreto della mia condotta verso di voi: volli provarvi che in questo mondo non esiste né felicità assoluta, né assoluta infelicità; esiste solo il paragone tra una condizione e l’altra, ecco tutto. Soltanto colui che provò le più grandi sventure è atto a godere le più grandi felicità. Bisogna aver voluto morire per sapere quanto è bello vivere. Vivete dunque e siate felici, figli diletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo i segreti dell’avvenire, tutta la più alta sapienza d’un uomo consisterà in queste due parole: “Attendere e sperare”».

Devo ammetterlo, per una pessimista frettolosa come me, la lettura di alcuni passi non è stata indolore. Mi chiedevo, ad esempio, perché aspettare così tanto prima di svelare al povero Morrel che la sua fidanzata era ancora viva; perché attendere il tentativo di suicidio prima di restituirgli la gioia. La risposta era racchiusa qui, nell’ultima pagina, una delle più belle che abbia mai letto.
Infine, la speranza. Certamente tra le pagine di un romanzo di avventura è più facile sperare; ma nella vita reale, dove pure le avventure non mancano, la speranza spesso scarseggia.

Per quanto mi riguarda, in questo momento, osservando lo spazio vuoto sul comodino, ho un’unica piccola e modesta speranza: quella di riempire quello spazio con un nuovo inquilino che non passi indenne da sottolineature e trascrizioni.

Addio conte, buon viaggio!

martedì 25 luglio 2017

La mia Isola di Montecristo

Sono giorni, questi ultimi residui di luglio, che credo esigeranno un posto in prima fila nella platea dei miei ricordi.
Giorni di afa, letture e brevi passeggiate improvvisate. Sospesi ancora tra un futuro a cui non penso e un passato che non conosce nostalgia. Ho gettato l'ancora sul presente e ne assaporo ogni lento istante, privo di pretese e colmo di fantasia.

Sto vivendo Il conte di Montecristo. 
Alcune circostanze hanno fatto sì che mi ritrovassi sola e senza davvero nulla di importante da fare. Non mi era mai successo. Per pochi giorni tutto si è fermato; e perfino la luna e l'Etna, i muti giganti che puntualmente fanno capolino dalla mia finestra, si sono dileguati tra i vapori densi e dorati dell'estate catanese.
Mi è rimasto solo lui, il librone rosso come la mia neonata Tesi e meraviglioso come Le Mille e una notte che giganteggia tra i miei ricordi d'infanzia, lo stesso di cui ho raccontato altre volte.

E così ho cominciato a viverlo.
Edmondo Dantés, pardon, Simbad il Marinaio, è salpato nella mia stanzetta arroventata e ha gettato l'ancora per qualche tempo. Complice la temperatura ostile che mi impedisce di dormire, in una manciata di ore ne ho fatto fuori la metà. Certamente ne scriverò, ma al momento voglio solo scattare una fotografia di questi giorni.
Sì, perchè temo che essi si annebbieranno e in men che non si dica mi ritroverò a condividere il destino di Franz d'Epinay, all'indomani della notte trascorsa nella grotta di Simbad il Marinaio: crederò di aver sognato e la mia isola di Montecristo svanirà lentamente all'Orizzonte.

Leggere, con la mente scevra da preoccupazioni, leggere senza guardare l'orologio, senza dormire - questa, a dire il vero, me la sarei risparmiata volentieri - leggere e basta: è questa la mia Isola di Montecristo.
Provateci se potete, per pochi giorni approdate alla vostra isola.







giovedì 20 luglio 2017

Dal diario di Renato: Imbrattarsi della vita.

«Oh non sia sciocco mio caro ragazzo! Lei è giovane: ha una vita davanti da vivere e da scrivere. Ecco, è questo che manca nei suoi racconti! Manca la vita!».
Dovette comparire sul mio volto un sorriso che immediatamente il professore colse.
«Vede Renato, molti scrivono perché della vita non vivono abbastanza, o forse sono convinti che scrivendo possano vivere ciò che davvero desiderano. Alcuni ci riescono, altri no. Altri hanno bisogno di imbrattarsi della vita, dei suoi tormenti, delle sue estasi, dei suoi tradimenti e solo dopo possono imbrattare le pagine d’inchiostro. Ma quell’inchiostro è fatto di quei tormenti, di quelle estasi, di quei tradimenti! C’è vita! Quelle pagine cominciano a respirare, si bagnano di lacrime, si sporcano di rossetti. Lei, ragazzo mio, fa parte della seconda categoria: lei deve imbrattarsi della vita prima di imbrattare queste pagine».

Queste cose me le disse con un sorriso così rassicurante che non mi sentii offeso o scoraggiato, come invece avevo temuto di sentirmi. Gli fui grato in cuor mio per aver saputo trovare quelle parole, quegli strumenti con cui incoraggiare la mia timida passione che bramava un po' di vita.

La festa della donna

Mancavano pochi giorni alla festa della donna e avevamo riportato la nonna a casa sua.
Non era mai stata lontana da quella casetta per più di poche ore, mentre ora non ci tornava dal 25 dicembre.

La notte della Vigilia era stata magica, come ogni anno dacché io ricordi, tutti insieme come ogni anno, lei più vecchia, tanto vecchia da sembrare una bambina. Quella sera l’avevo fatta sedere accanto a me, come anni prima facevo con i cuginetti più piccoli, e le avevo tagliato la carne in pezzetti piccoli piccoli. Aveva mangiato con gusto e mi aveva ringraziato, con poche parole ma con un sorriso da bimba contenta.
Dopo la mezzanotte c’eravamo salutati; poco prima lei aveva pianto. Mi ero abbassata fino alla sua minuscola boccuccia e le avevo chiesto perché piangesse: era la notte di Natale ed eravamo tutti insieme, non c’era motivo di piangere. Mi aveva detto che non voleva restare sola quella notte, che le mancava il nonno. L’avevo abbracciata e le avevo detto che il giorno dopo sarebbe stata con gli zii, come ogni anno, che ora avrebbe dormito e l’indomani sarebbe stata una bella giornata, un bel Natale.
L’indomani era squillato il telefono. Aveva risposto papà e il terrore sul suo viso non lo dimenticherò mai.
La nonna era caduta, era a terra da diverse ore e non riusciva a rialzarsi.
La corsa in macchina verso il paese della nonna e poi quella nel corridoio fino alla sua camera da letto. L’avevamo alzata ma aveva troppo male alla gamba; faceva i capricci, non voleva essere toccata, non voleva sentir parlare di ospedale. Non ricordo cosa le dissi per convincerla, so solo che riuscì a portarla in bagno e a lavarla: in ospedale ci sarebbe andata solo profumata e solo da me si fece spogliare e lavare per bene.

I mesi che seguirono non furono semplici per nessuno, soprattutto per papà: credo che da quel giorno cominciò davvero a invecchiare. Come una splendida candelina che per 86 anni aveva illuminato la sua casetta, la mia nonna si consumò su un letto di ospedale. I medici dicevano che stava bene: il femore ora era tornato a funzionare, dipendeva solo da lei ma lei non aveva più voglia di parlare. La sera passava a salutarla il nonno; quando lo disse a papà lui ebbe un piccolo brivido lungo la schiena ma continuò ad accarezzarla come fosse la sua bambina.

Mancavano pochi giorni alla festa della donna e la riportammo a casa sperando che tra quelle mura, che aveva amato con tutta se stessa, le sarebbe tornata la voglia di vivere tra i vivi. Non fu così.
Quel pomeriggio l’avevano messa in cucina e i miei zii cercavano di farla mangiare. Mi avvicinai per salutarla; era tardi e io papà dovevamo andare via. Non so dove trovò la forza per emettere un piccolo muggito da vitellina ferita che mi fece voltare verso di lei. Fu allora che sollevò il braccio e mi afferrò la mano per qualche secondo, fissandomi negli occhi con uno sguardo che urlava parole che le morirono nella gola.
«Che c’è nonna? Dimmelo! Che mi devi dire? Sono qui, dimmelo».
Mi fissava, ma le parole non me le ha dette.
Le diedi un bacio e me ne andai. Nei giorni seguenti perse conoscenza, invano stavo accanto a lei sperando di ascoltare quelle parole che non mi ha più detto. Se ne andò il giorno della festa della donna.

Le avrei detto di non aver paura, io che invece ne ho sempre così tanta.

martedì 4 luglio 2017

A proposito di Sheherazade

Il giorno in cui nacque questo blog optai per un nome importante e letterario quale certamente è quello di Sheherazade. 
I motivi della mia scelta li spiegai già allora. La principessa de Le mille e una notte era per me realmente esistita durante le stellate estati dell'infanzia. Essa era vera quanto lo erano quelle notti in veranda e alla sua immagine luminosa dovevo in parte l'amore per i racconti e la letteratura.
Sheherazade era ed è per me l'incarnazione dell'infanzia e del suo modo innocente e meraviglioso di guardare al mondo per conoscerne le sue storie.
L'altro giorno mi è capitato tra le mani quello stesso librone rosso de Le mille e una notte, lo stesso di quelle sere lontane. Ebbene, non ho trovato il coraggio di aprirlo, ho avuto paura che leggendolo adesso sarebbe scomparsa la magia.

In questi mesi mi sono occupata di Elsa Morante. Ho scritto una tesi su di lei e ho cercato, per quanto possibile, di conoscere il suo mondo ed entrare nelle sue opere. Non so se ci sono riuscita; certamente lei è entrata nel mio e ho scoperto che qualcosa ci avvicinava: Sheherazade.
Meravigliosa scoperta quella che mi vede legata in maniera così sottile e fantasiosa alla mia scrittrice preferita. Chi era la sua Sheherazade? Fantasia, letteratura, Oriente favoloso, fuga dalla realtà, letteratura per la letteratura, fiaba, magia. Anche per lei, la scrittrice che ha celebrato l'infanzia come "Limbo" fuori dal quale "non v'è Eliso", Sheherazade era incarnazione dell'infanzia e meraviglioso mondo di guardare al mondo per conoscerne le sue storie.

Allora ho pensato di cambiare il nome del profilo del mio blog. Ho ritenuto che potesse risultare arrogante la scelta di questo nome, oltre ad essere troppo fantasiosa e lontana dalla realtà. Mi sono detta che in fondo il mio nome mi piace tanto e anch'esso ha un'origine "letteraria", se si considera che la scelta dei miei si deve al loro amore per il Dottor Zivago.
Che fare dunque? Lara o Sheherazade?

Al momento scelgo il secondo. Il primo sarà sempre mio comunque, ma il secondo è fugace e va tenuto stretto. Poco male se la mia Sheherazade ricorda quella della mia scrittrice preferita: Elsa Morante è venuta dopo; ogni lettura è venuta dopo.
Sheherazade è giunta a me prima ancora che imparassi a leggere, prima ancora che capissi il valore di un libro e della sua memoria. I suoi racconti li ho ascoltati, così come un tempo si ascoltavano gli aedi.


lunedì 3 luglio 2017

Menzogna e sortilegio. La magia delle parole.

Eccolo qui. Vi presento il mattoncino che da qualche mese non lascia la mia scrivania, il mio comodino e la mia borsa.
A dire il vero non è rimasto da solo a lungo. Infatti, dopo averlo divorato, l'ho messo un po' da parte e ho fatto spazio ad altri romanzi che reclamavano da tempo la mia attenzione. Ma non l'ho mai dimenticato. Anzi, gli ho dedicato un'intera tesi che tra qualche giorno andrò a discutere.
Prima di raccontarvi cosa rappresenta oggi per me questo primo romanzo di Elsa Morante, voglio condividere con voi alcune riflessioni nate durante la prima lettura (oh! si vivesse sempre di prime letture) che ne feci:

Pochi, sicuramente, capiranno il mio discorso; magari mi capirà chi ha amato a tal punto un libro da sentirsene 'stregato' durante il sonno e prigioniero durante il giorno. C’è una gran bella differenza tra leggere un bel libro, per poi dimenticarsene, e leggere un libro come sto leggendo io questo. Quello di cui parlo io è la magia di sfogliare una pagina ed essere risucchiata in un altro mondo, dai dettagli tanto nitidi dal non poter dubitare più della sua esistenza. Succede che quelle che prima sembravano solo migliaia di lettere, tanto fitte da scoraggiare il più coraggioso lettore, ora diventano pennellate di un quadro meraviglioso di cui si entra a far parte. Sembra la scena di Mary Poppins, me ne rendo conto, eppure è proprio così.
Il 'sortilegio' che incatena Elisa, schiava dei suoi fantasmi e costretta a raccontarne la storia, ha stregato anche me e mi ha reso schiava di quelle ottocento pagine di pura e angosciante magia. Così anche mia nonna, come la sua, nei miei sogni torna dall’Aldilà, così anche io non vedo l’ora che arrivi la sera per ascoltare quei fantasmi che riprendono vita per raccontarmi la loro storia.



Provo un po' di invidia verso la me stessa immersa ancora nella prima lettura di questa meraviglia. Certamente un gran libro, come lo è questo, va riletto più volte. Eppure, ora che ne ho studiato ogni interpretazione e analizzato ogni brano e pensiero, rimpiango quella prima e innocente lettura che mi trasportò in un altro mondo. 
Elsa Morante è fatta così: ti ubriaca di parole, ti stordisce con le metafore; le sue parole hanno l'effetto di una droga e quando finiscono ti mancano. E tuttavia non è un romanzo che vorrei consigliare a tutti. Senza svelarvi nulla sulla trama e il finale, vi racconto cosa troverete tra quelle 800 pagine (lo so, detto così può far paura; ma vi assicuro che quando avrete cominciato benedirete quei due zeri). 
Vi si racconta la storia di una famiglia (se amate romanzi quali I Vicerè o il Gattopardo, potete accomodarvi) lungo l'arco di tre generazioni. L'ambientazione è controversa ma vi dico già che ci sono carrozze e cartomanti, telegrafi e treni, chiese e fantasmi. C'è di tutto. La protagonista è rimasta sola al mondo, ad eccezione degli spettri dei suoi familiari che sente (o crede di sentire. Questo non posso dirvelo; ho scoperto la verità solo alla fine della mia tesi) che le raccontano la loro storia "maledetta".
La narrazione è lenta - ad Elsa Morante piace indugiare su ogni dettaglio - ma coinvolgente; i personaggi sono spesso odiosi ma vivi, a tal punto che vi seguiranno anche dopo aver chiuso definitivamente il libro; la protagonista, Elisa, è prolissa e attempata (se vi piacciono i romanzi ottocenteschi, questo fa al caso vostro), ma il ritmo del suo racconto ha il potere di un ciondolo che oscilla e a poco a poco ipnotizza.
Non ci sono certezze in questo romanzo; ognuno vi legge ciò che vuole. Nella mia tesi ho cercato di dimostrare che gli spettri (o meglio, lo spettro) ci sono davvero. Tuttavia, come ho già detto, nulla è certo e tutto è possibile: è questa la vera magia. Ne ho riletto ogni parola da cima a fondo e l'ho trovato meraviglioso. 
I brani che ho preferito sono soprattutto tre, ve li dirò successivamente, intanto vi auguro una buona lettura!

L'indomabile oratore



Salgo sul pulmino che deve riportarmi e casa e noto con piacere che il posto accanto all’autista è già occupato da un anziano signore. Mi siedo nei sedili posteriori e apro il libro calcolando che in un paio di ore dovrei riuscire a far fuori un bel po’ di pagine.
Ho l’impressione che i due stiano già parlando da un po’ quindi posso tranquillamente ignorare la loro presenza e dedicarmi al mio libro.
«Signorina lei dove abita?».
«Scusi?».
L’anziano signore gira di poco la testa come se attendesse una risposta ma non me ne dà il tempo. 
«A Ragusa lei dove abita? Sa io sto in centro, non ho voluto lasciare il centro storico, ho pensato che da anziano avrei voluto parlare con la gente, uscire di casa e parlare con qualcuno che era ancora su questa terra come me… a me piace tanto parlare, a lei signorina?».
«Sì certo, fa bene».
«Mi piace cercare di capire la gente».
«Fa bene».
Torno a leggere. 
«Lei signorina è mai stata a Messina?».
«Di passaggio, solo per prendere il traghetto».
«Sa che a Messina c’è una fontana antichissima realizzata da un allievo di Michelangelo?».
«Non lo sapevo, che bello».
Comincio a perdere le speranze col mio libro.
«Lei conosce bene la storia di Ragusa?».
«No, mi dispiace».
«Non è mica colpa sua… sa che nel duomo di san Giorgio c’è un altare realizzato…lo guardi la prossima volta… una volta ho incontrato un mio ex alunno, mi ha detto… sono stato felice (…)».
«Lei era un insegnante? Lo avevo intuito».
Piccola sosta, i due scendono dal pullman per prendere un caffè e io ritorno al mio libro. Dopo pochi minuti, eccolo che ritorna.
«Tenga signorina, questo lo deve assaggiare».
Guardo con faccia perplessa il fagottino che mi ha messo in mano.
«Non starà mica facendo il digiuno? Sa, una volta ho offerto un biscotto a una bambina ma lei mi ha detto che stava facendo il Ramadan. Per questo glielo chiedo… magari non può mangiare… Lo mangi, è buono».
Avvolto in un fazzoletto c’è un piccolo biscotto ripieno di nutella. Lo guardo, ora mi ricorda davvero mio nonno quando voleva farmi assaggiare le pannocchie. Pensandoci bene mi ricorda anche quei vecchietti che se ne stanno seduti alla fermata degli autobus in attesa del prossimo carusu a cui raccontare la loro vita. 
«Si figuri signorina. E quindi cosa studia il suo ragazzo? (…) Sa che a Messina ci sono due quadri di Caravaggio? (…) Ha fatto il liceo classico? (…) ».
L’indomabile oratore ha vinto. Il libro torna in borsa. 
Ora però mi comincia ad interessare quello che ha da dire, il come lo dice. Sembra di ascoltare una cantilena, interrotta ogni tanto da qualche “Lei cosa ne pensa signorina?” oppure “Lo sa questo signorina?”. 
Così mi comincia a parlare dei suoi alunni e nei suoi occhi si accende qualcosa, la cantilena diventa quasi triste. 
«Non si stanchi mai dei suoi alunni signorina. Cerchi di ascoltarli. Sono loro a darle il pane, sono il suo datore di lavoro, li ascolti. Non si stanchi di capirli. Non si stanchi di parlare con la gente».
«E mi dica, Caltagirone la conosce?»
«Non molto. Lei è di Caltagirone?».
«Ho i miei genitori lì. Qualche volta vado a trovarli al cimitero. A dire il vero ho anche l’anima lì. Sa, il corpo l’ho portato in giro un po’ dappertutto ma l’anima, quella resta dove si è stati bambini. Ci resta anche quando non c’è il corpo. Quindi vado a trovare i miei genitori e so che li trovo ancora lì».
Mi racconta la storia di un suo vecchio zio, un tipo bizzarro, una sorta di dandy allergico al lavoro che era partito per l’America con una ricca sposina ed era morto quando lei lo aveva obbligato a lavorare. Sembra quasi una leggenda. Rido e gli dico che sembra di ascoltare la storia di un nobile decaduto. Ride anche lui e mi dice che sua madre apparteneva ai Vinciguerra, chi lo sa, magari il vecchio zio impazzì a causa dei residui blu che ancora gli scorrevano nelle vene.
«Ecco si fermi, io abito qui. Grazie mille. Signorina buona fortuna, magari la prossima volta le continuo il racconto».
Scende. Lo guardo mentre raggiunge la signora ricurva che lo aspetta davanti alla porta; mi sembra ancora più vecchio. 
Mi sembra venuto fuori da una delle storie che mi ha raccontato, o forse è solo un insegnante che per poche ore ha deciso di tornare in cattedra a insegnare la vita.

domenica 2 luglio 2017

La prima Catania non si scorda mai

                                           
Una torrida mattina d’agosto di diversi anni fa avvenne il mio primo incontro con Catania.
A dire il vero non fu proprio il primo: uno c’era già stato, infatti, durante gli anni del Liceo. E tuttavia quella volta mi ero trovata in un’altra Catania, una città simile a tutte le altre in cui si trascorrono poche ore al seguito di una guida, si sgranocchia un panino e si scatta qualche foto.
Poi finì il tempo del Liceo e arrivò il momento di crescere davvero. Si guardarono le mappe della città, si individuarono i quartieri più vicini alla sede della mia futura Università e si fissarono gli appuntamenti con i proprietari di casa.
Quella torrida mattina d’agosto avevo dovuto rinunciare alle mie belle spiagge ragusane ‒ era quello il periodo in cui di ogni giorno d’estate facevamo tesoro ‒ per cercare una “stanza da universitaria”.
Di quella città, ad eccezione di papà che vi aveva trascorso i fantastici anni ‘70, mi avevano parlato tutti malissimo. Mi avevano messo in guardia dai borseggiatori, dal caldo, dalla sporcizia. Stavo andando a morire, insomma.

Quella mattina fu terribile. Nera, la mia prima Catania la ricordo totalmente nera, rovente e ostile. Le strade, tantissime, deserte e polverose. Le case vecchie, con mura fatiscenti e odore di chiuso. Incontrai poca gente, per lo più proprietari di case, che mi guidarono attraverso sgabuzzini privi di finestre, mentre mi parlavano di bollette e mensilità.
Sperai che l’estate durasse per sempre. Dopo quel giorno non volli più sentir parlare di Università; scelsi quindi una camera e non se ne parlò più fino a settembre. 
La stanza apparteneva a un appartamento immenso, vuoto, con pareti altissime e carta da parati sporca e sbiadita. Ma a me piaceva e decisi che da quel momento dovevo provare a cavarmela. In un modo o nell’altro ero cresciuta.
Cominciai dalla stanza: sarebbe stato il mio rifugio, tanto valeva renderla ospitale e prenderci confidenza. Acquistai quindi ogni genere di cianfrusaglia colorata che attirasse la mia attenzione: incenso, quadri, tappeti e quant’altro (ebbene sì, in quel periodo amavo le atmosfere etniche). Da lì a breve comparve anche la mia tartaruga, compagna fedele dei primi anni universitari, folle acquisto da ebbrezza di primo esame.

Continuavo a odiare tutto ciò che stava fuori da quelle quattro mura. Dalle fessure ˗ in più punti il legno delle finestre mancava, così i proprietari si erano affidati alle mani esperte di un falegname, malridotto quanto i suoi utensili ma soprattutto economico, che aveva applicato ovunque del compensato ˗ entrava con prepotenza un cocktail di clacson, urla e rintocchi di zoccoli (soprattutto di notte per le strade passeggiavano dei cavalli). E tuttavia qualcosa cominciò a cambiare; e tutto cominciò da quella stanza che a poco a poco prendeva l’aspetto dei miei pensieri.
“Non si accettano matricole”. Alcuni annunci sul giornaletto ‒ le case le cercavamo ancora sulla carta ‒ dicevano così. E come dare torto a quegli esperti proprietari che per proteggere le loro grotte avrebbero donato un rene?

Dopo qualche settimana lo “spirito della matricola” si impossessò di me e da allora cambiò tutto. Conobbi ragazze con esperienze di vita diverse dalle mie, che venivano da posti distanti da quelli in cui ero cresciuta, ma che erano pronte a cominciare da zero in quella nuova, grande e nera città. Cominciarono le feste, le perlustrazioni notturne della città, le notti insonni e le spaghettate di mezzanotte. Cominciarono i racconti delle nostre brevi vite passate. Cominciammo a conoscerci e collezionare ricordi.

Cominciò anche l’Università e allora sì che mi sembrò di cominciare una nuova vita.
         

Il mio ingresso ai Benedettini, sede della Facoltà di Lettere, fu solenne e spaventoso.
Certamente si trattava di un posto meraviglioso, ma cosa c’entrava con me? Era spaventosamente grande e facevo fatica a trovare l’uscita; ovunque vedevo ragazzi più grandi che si muovevano sicuri tra i corridoi. Erano adulti e io mi sentivo ancora una ragazzina tra i banchi di scuola.
In pochi giorni cominciai ad ambientarmi ‒ orientarmi no, in quello faccio fatica ancora adesso ‒ e conobbi le mie nuove “compagne”, che dopo qualche tempo mi abituai a chiamare “colleghe”. Cominciarono le lezioni, i pranzi, le notti di studio.
Cominciò la leggendaria “vita universitaria”.

Malgrado questi cambiamenti quella città la odiavo ancora. Il fatto è che non dovevo trovarmi lì: sognavo quel “Nord” dove si erano riversati quasi tutti i miei compaesani, desiderosi di cambiare il Mondo o di perdersi in esso. Mi decisi a fare il biglietto e come meta scelsi ovviamente Pisa, il “paese delle meraviglie” di alcuni miei amici di allora.
Finalmente evadevo dal “nero” e mi dirigevo verso il “verde” della Toscana; lasciavo il noioso Sud e approdavo al “magnifico Nord”. E certamente quei giorni furono magnifici, simili a quelle avventure estive che mi ero lasciata da poco alle spalle.
Il fattaccio avvenne non appena atterrai a Catania: scesa dall’aereo non avevo più alcuna voglia di risalirci. Ricordo che accanto a me c’era una famiglia stramba quanto rumorosa: era composta dai genitori e una quantità indefinita di ragazzini di diversa età. Tutti parlavano ˗ riconobbi subito l’accento catanese ˗ di cibo e si muovevano in tutte le direzioni, rivolgendo la parola a chiunque vi si trovasse accanto. Non saprei dire se fossero più numerosi i marmocchi o i canarini (erano pieni di bagagli e gabbiette per uccellini). Insomma, avevo di fronte uno di quegli spettacoli che fino a poco tempo prima mi avevano fatto detestare Catania e le sue stranezze.
E invece ero felice e non desideravo più altro posto che quella nera, caotica e strana città dove capita di incontrare famiglie come quella, e anche di peggio.
“Il paese delle meraviglie” mi era piaciuto: c’erano la neve, il fiume, i prati, le casette colorate, i locali; la gente non urlava per le strade; e camminando non era necessario far attenzione ai bisogni dei cani. Un altro mondo, non vi mancava nulla. Ma non era il mio posto. Quando rientrai nella camera colorata ero già innamorata.

La prima Catania non si scorda mai e, come ho già detto, la mia fu terribile.
A quella Catania ne seguirono tante altre. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno essa si trasformava e ancora oggi non riuscirei a descriverne una soltanto che valga per tutte.
Cominciai a conoscerne le stagioni, i luoghi, la gente. Solo una cosa mi frullava in testa e mi frulla ancora oggi: “Catania è vita”.
Tutto qui, prendere o lasciare; ma se prendi, quella non ti lascia più.
Una grande storia d’amore, la mia, con questa città. Come le migliori storie d’amore, essa è nata dall’odio e si è nutrita di quotidianità fino a diventare essenziale.
Cambiai stagione: l’estate la lasciai ai liceali, per me scelsi l’autunno. In quei giorni la via che ancora oggi percorro tutti i giorni si riempie di foglie e odora di castagne. Cominciano i primi temporali e le strade tornano a respirare. È quella la stagione in cui le stanze universitarie cominciano a ripopolarsi e lo “spirito delle matricole” miete le sue nuove e fortunate vittime.

Sono trascorsi diversi, meravigliosi e ricchi anni da quella torrida mattina d’agosto.
In questi giorni roventi ho ripreso a camminare, a volte senza una meta precisa. Cerco le tracce di quell’Inferno, ma esso si è dileguato; lo ritrovo solo nella memoria ma anche lì ora mi appare diverso.
L’ho detto: non esiste una sola Catania, ma tante sempre diverse.
Potrei raccontarle tutte, ma preferisco tenerle per me e custodirle tra i ricordi più preziosi.

Oggi sono qui, a Catania, nella stagione che ormai detesto. Oggi che ne sono innamorata l’accetto anche così: nera, rovente ma mai ostile con chi la conosce e l’ha vissuta intensamente. Forse, a conti fatti, quella prima volta fu tutta colpa dell'estate: crudele stagione, questa, per fare le presentazioni.



mercoledì 18 gennaio 2017

Fortuna che aveva le antenne




Se ne stava tutta sola su un tappeto di pesci morti.
Immobile, sotto quel vetro esposto ai clienti, sembrava scrutarli con aria imbronciata o forse era solo un po’ frastornata, gelata e sfiancata.

A quel bambino che si fermò per guardarla parve il pesce più colorato, così la fissava, come imbambolato.
D’un tratto l’antenna parve oscillare, quel tanto che basta per farlo sobbalzare e quasi gridare.
C’era riuscita, aveva mosso le antenne. Ancora uno sforzo e l’avrebbe notata.
Che fa? Si allontana? Non è così che doveva andare.
Pochi istanti ed eccolo ritornare.
È proprio un bambino, ci aveva sperato. I bambini mangiano pizza e patatine, se muove le antenne sembrerà divertente, la vorrà per giocare.
Ancora uno sforzo.

« Mamma, mamma guarda che bello questo pesce!».
C’era riuscita. Gli era piaciuta.
« Non è un pesce Luca, è un’aragosta. Vieni qui! Io e papà stiamo scegliendo il menù. Fanno anche la pizza con le patatine».
Ce la fa, si è mossa, se solo non fosse così stanca...
« Voglio questa mamma».
È salva. Ancora uno sforzo e sarebbe diventata come quei pesci lì, cominciavano anche a puzzare, poveri loro. Lei no, fortuna che aveva le antenne
« Luca scegli cosa vuoi mangiare».
« Voglio questa mamma, la voglio mangiare».
« Ma non è adatta a un bambino, sicuro che non vuoi la pizza?».
« Non sono più un bambino, come devo dirtelo? E poi si muove, non mi piacciono i pupazzi che si muovono. La voglio mangiare».
Qualcuno l'aveva strappata con forza dal tappeto maleodorante.
« Signora accontenti il giovanotto, l’acqua è già calda, la vado a cucinare».

Un ultimo uno sforzo sarebbe bastato. Era già immobile prima di sparire tra le bolle.