mercoledì 18 ottobre 2017

Mi sono svegliata

Come fui sul sedile accanto a Silvestro, nascosi il volto sul braccio, contro lo schienale. E dissi a Silvestro: — Senti. Non mi va di vedere Procida mentre s’allontana, e si confonde, diventa come una cosa grigia... Preferisco fingere che non sia esistita. Perciò, fino al momento che non se ne vede più niente, sarà meglio ch’io non guardi là. Tu avvisami, a quel momento. 
E rimasi col viso sul braccio, quasi in un malore senza nessun pensiero, finché Silvestro mi scosse con delicatezza, e mi disse: 
— Arturo, su, puoi svegliarti. 
Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L’isola non si vedeva più. 

Termina così uno dei romanzi che ho amato di più, L'isola di Arturo di Elsa Morante. 
Una volta, durante una lezione universitaria che sarebbe diventata poi una lezione di vita, un professore ci disse che i grandi scrittori sono quelli che ci parlano ancora e di cui riusciamo a risentire la voce, pur non avendola mai conosciuta. E fu così che da quel giorno imparai ad ascoltare le loro voci e portarle sempre con me, anche quando il romanzo era finito ed era il momento di vivere la vita vera.
La voce di Elsa Morante, ad esempio, non mi ha lasciato più. La riascolto ogni volta che torna un ricordo da un tempo lontano, troppo lontano per volerlo ascoltare.
Il fatto è che su quell'isola ci siamo stati più o meno tutti. Ci siamo stati quando i nostri sogni erano ricchi solo di favole che poco prima di dormire ci aveva raccontato la mamma, quando non c'era la morte ma solo nuvole piene di angeli, quando il nostro mondo finiva in un cortile alberato.
Poi, un bel giorno, ce ne siamo andati. 

"Fai ancora i castelli di sabbia? Non sei troppo grande per giocare con la sabbia?". "Mia mamma non è andata da Gesù, è morta. Io non ho più una mamma, tu sì, quindi non parlarmi". "Non è vero che i peli cadono da soli, devi fare la ceretta". 
Ecco, più o meno è stato così che ho levato l'ancora. 
Io però non me ne sono accorta, gli occhi li avevo chiusi, e quando Silvestro mi ha svegliata, la mia isola non c'era più, ed era giusto così.
Non che il viaggio sia stato infelice; di isole ne ho incontrate tante, e ognuna ha avuto un tesoro nascosto da scoprire. Sono arrivati i primi amici, prima quelli che ho dimenticato, poi tutti gli altri, buoni o cattivi, ma comunque compagni di viaggio; sono arrivati i primi amori, tutti destinati a finire, per fortuna; sono arrivati i primi giorni di scuola, i primi giri in motorino, i primi viaggi; e poi, finalmente, le amicizie eterne, il vero amore, le grandi risposte attese da sempre.
Forse valeva la pena dimenticare quell'isola.

Io la mia l'avevo dimenticata; sapevo di custodirla da qualche parte, ma non ne ricordavo più i colori, le voci, i pensieri. 
Sarò un'insegnante; così dicono e mi voglio fidare. Un giorno forse mi chiameranno "prof" e mi staranno ad ascoltare mentre racconterò quello che per anni ho studiato e imparato.
Sarò un'adulta, in mezzo a piccoli adulti che hanno da poco levato l'ancora. 
Io non lo so se è davvero quello che voglio fare; le "certezze assolute", così come Arturo, le ho lasciate nella mia isola, ma ho voglia di scoprirlo, magari un giorno non troppo vicino.

In questi giorni, inaspettatamente, ho conosciuto una nuova isola.  Qui non sono adulta, non sono una prof. e non racconto quello che ho studiato negli ultimi anni. Per parlare con loro, i bambini che da qualche giorno sono entrati nella mia vita, non faccio appello a conoscenze astruse e letture incantate. Per parlare con loro devo essere una di loro. 
Non credevo di esserne capace: so da tempo cosa vuol dire Mesopotamia, che i primi ad abitarla furono i Sumeri, che in inglese le domande richiedono prima il verbo e dopo il soggetto. Non ho studiato per insegnare queste cose e le sto riesumando tra i ricordi più remoti, che per fortuna spesso ritornano intatti.

Sono diventata una di loro: l'ho capito da come mi abbracciano e mi ascoltano incantati quando lascio da parte quello che so e gli spiego come l'ho imparato; quando rido insieme a loro perché, guardandola da quella prospettiva, la vita è tutta un gioco, e val la pena saperci giocare.
So già che finirà: questo non è un primo amore, né la mia isola da cui mi sono allontanata da tempo; è la loro, e per un po' mi hanno chiesto di restare.

Oggi in classe sono morti due pesci; io ho riso, ma poi ho guardato quei bambini. Per loro era davvero un dolore, mentre io, che di pesci ne avevo visti morire tanti, non provavo nulla, a parte la preoccupazione che smettessero di studiare. Poi mi sono ricordata del mio primo lutto per il pesce rosso che mi avevano comprato durante una fiera; allora mi sono tolta quel sorriso vissuto e gli ho parlato dei miei pesci e della mia tartaruga. 
Sono diventata come loro, mi hanno ascoltata, e poco dopo sono tornati a studiare.

La voce della mia amata scrittrice è tornata a parlare: "Fuori del limbo non v'è eliso". Ha ragione.
Quel paradiso non torna, non quello in cui si è tutti uguali, quello in cui mamma e papà vengono a prenderti in un cortile alberato, ancora giovani e pronti a difenderti dal mondo intero. 
Quello non torna, ma ce ne sono tanti altri. Il mio, al momento, è questo qui: trascorrere le mie giornate sulla loro isola, vederli correre incontro alle loro giovani mamme e papà e poi scorgere, tra gli alberi del cortile, il mio vero amore seduto lì, perché oggi ha voluto farmi una sorpresa e sbirciare in quell'angolo incantato che da qualche giorno mi illumina il viso.

Ora posso svegliarmi, la mia isola si vede ancora, e va bene così.




lunedì 2 ottobre 2017

Cari lettori, torno sempre dove sono stata bene.

In questi giorni sono passata poco da qui, pur sentendone un po' la nostalgia.
C'è dell'altro che al momento mi trattiene dall'altra parte, e sto cercando di afferrarlo prima che scappi via, così com'è arrivato.
Lui invece, il mio angolo, se ne sta sempre qui, e so che mi aspetta perché è certo del mio ritorno.
Mi sono mancati un po' anche i lettori del blog; non mi piace sparire e non lo faccio mai, al massimo mi prendo una pausa, ma poi torno sempre dove sono stata bene.
Voi però magari non lo sapete, e dunque eccomi qui a raccontarvi qualcosa che mi ha fatto pensare un po' anche a voi. 

Stamattina sono tornata nella casa in cui sono cresciuta; lo faccio di tanto in tanto perché lì ho lasciato delle persone a cui voglio bene: gente ormai anziana, stanca e malata. Suono il campanello e sto lì ad aspettare che qualcuno riesca lentamente ad arrivare alla porta; busso due, tre volte e sto lì ad aspettare che qualcuno senta il campanello suonare.
Poi, quando le sento arrivare, mi metto in bocca un bel sorriso e gli dico che le trovo bene, addirittura più in forma della volta precedente; so che quelle bugie le rendono felici e forse, se riesco a convincerle, staranno meglio davvero.
Mi dicono che sono speciale perché torno ancora lì, dove ormai regna solo silenzio e stanchezza, per andare da loro, nonostante la mia vita giovane e allegra proceda ormai su altri binari, su altre città. 
E invece non c'è niente di speciale: torno sempre dove ho lasciato qualcosa che mi ha reso felice, torno e racconto qualche bugia con il sorriso.
"Ti trovo meglio dell'altra volta. Vedi? A poco a poco ti stai riprendendo".
Questo è il mio atto d'amore per loro, che per un bel pezzo di viaggio hanno camminato sui miei stessi binari e sono stati la mia casa, la mia città.

E dunque sono tornata anche qui, dove sto bene e amo parlare con voi, lettori del mio piccolo blog. Sono tornata per pochi minuti solo per dirvi che non sono scomparsa, che tornerò a leggervi e scrivervi quanto prima. Questa non è una bugia, ma ve la dico comunque con un sorriso.
A presto:-)