domenica 10 dicembre 2017

I miei due incontri con Dacia Maraini

Cari lettori, torno a scrivere su questa rubrica dopo un bel po' di tempo. 
Se sono qui vuol dire che ho appena terminato la lettura di uno di quei romanzi che lasciano un bel pezzetto di sé prima di andare via.
Dunque, oggi vi racconterò la mia lettura de La lunga vita di Marianna Ucrìa, ovvero il mio secondo incontro con la scrittrice Dacia Maraini. 
Il primo fu del tutto diverso e, sebbene mi assalga una rabbia bestiale ogni volta che ci penso, mi va di raccontarvelo (a patto che non mi prendiate in giro come fecero all'epoca i miei amici e colleghi).
Ebbene, ecco spiegata la lunghezza di questo post: oggi di cose da raccontare ne ho parecchie!

Il primo incontro
Tre anni fa, durante una lezione universitaria, il professore ci invitò ad assistere alla presentazione di un libro scritto da lui su Federico De Roberto; l'appuntamento era fissato per lo stesso pomeriggio alla Feltrinelli di Catania, luogo che amo particolarmente.
Arrivai stranamente in ritardo, e i pochi posti disponibili erano già stati occupati da professori e colleghi più puntuali. Mi feci spazio tra i curiosi rimasti all'impiedi e finalmente trovai un posticino da cui sbirciare la conferenza.
Faceva un caldo insopportabile, e maledicevo il leggero ritardo che mi costringeva adesso a fare uno sforzo enorme per catturare la spiegazione del professore. I miei tentativi di seguire il tutto con attenzione erano resi vani dal brusìo di una donnina che mi accorgevo adesso di avere accanto; anche lei doveva essere arrivata in ritardo e se ne stava con il libro in mano, sfogliandolo di tanto in tanto, mentre commentava a bassa voce quello che riusciva ad ascoltare. La osservai per qualche istante e mi venne da sorridere: pensai si trattasse di una professoressa in pensione, amante della letteratura, oppure di qualche stravagante e acculturata vecchietta capitata lì per caso.
Questa idea era dovuta al fatto che raramente mi era capitato di vedere una signora, abbastanza anziana e così ben truccata, interessata a un evento culturale. Mi stava simpatica, incurante com'era del fatto che i suoi commenti le rimbalzassero fuori dalla testa, e spingessero la gente vicina ad osservarla con curiosità.
Dopo un po' si volse verso di me e mi chiese qualcosa sul libro in questione; non ricordo le battute che ci scambiammo, purtroppo. Certo è che parlandoci mi resi conto che, professoressa o non professoressa, la signora era molto istruita e aveva voglia di chiacchierare. Tuttavia, più la guardavo, e più un sospetto cominciava a ronzarmi in testa.
Quando arrivò la mia amica, le raccontai l'accaduto e le chiesi di prendere il cellulare per cercare delle immagini di Dacia Maraini.
Era impossibile che fosse lei, ma la somiglianza c'era, e pure parecchia!
Ogni tanto quella si voltava verso di noi - forse doveva esserle arrivato qualche spezzone delle nostre frettolose ricerche - ma si limitava a sorridere e fissarci con i suoi occhioni cerchiati di azzurro.
Ma no! Non poteva essere lei! Pensaci Lara: si sarebbe seduta con i professoroni, le avrebbero chiesto di intervenire, e lei avrebbe firmato decine di autografi! Insomma, come puoi pensare che qui, in una libreria collocata nel cuore di Catania, una famosa scrittrice passi inosservata?
Ad un certo punto glielo dissi: "Signora, scusi se la disturbo, ma devo dirle che lei assomiglia moltissimo a Dacia Maraini!".
Lei scoppiò a ridere e mi disse che la scrittrice era una sua sosia.
Poi la persi di vista.
L'indomani venni a sapere che Dacia Maraini si trovava a Catania per presentare il suo ultimo libro, e che qualcuno l'aveva avvistata alla Feltrinelli il giorno precedente.
Era lei, ma non aveva voluto distogliere l'attenzione dai discorsi dei professoroni; per quello non aveva preteso il posto a sedere ed era arrivata in ritardo confondendosi nella folla.

Il secondo incontro
In questi giorni ho riascoltato la sua voce, attraverso i muti pensieri di Marianna Ucrìa.
Il verbo "ascoltare" suona forse ironico parlando di un personaggio sordomuto; eppure in questo romanzo "silenzioso" c'è così tanto rumore dal restare ammutoliti.
Ho l'abitudine di segnare i passi che mi colpiscono di più per poi trascriverli e rileggerli; stavolta non è stato possibile perché ogni pagina è densa di immagini che vorrei congelare nella mia mente.
Non voglio annoiarvi con un post infinito che non leggerete mai fino alla fine, quindi mi limito a confidarvi ciò che più mi ha segnata, sperando che leggerete o rileggerete questo capolavoro.
Qui vive la Sicilia, così com'era nel Settecento e così come l'ho spesso immaginata ascoltando i racconti d'infanzia della mamma (com'è noto, quaggiù la storia inciampa per secoli prima di riprendere il passo spedito che ha nel resto d'Italia). La genialità dell'autrice si è spinta oltre la ricostruzione storica del quadro politico e sociale di quell'epoca: ella ha annusato con la fantasia le campagne aride e allagate dal sole, le stradine brulicanti di vita e povertà, le camere da letto intrise di sangue, sesso e orina. Gli odori descritti afferrano il lettore per le narici e lo costringono a sprofondare in quel mondo muto e spietato.
Non c'è idillio o nostalgia: più che al Gattopardo, Marianna Ucrìa strizza l'occhio ai Vicerè dove, dal buco della serratura, si spiava la decomposizione di una casta privilegiata e corrotta. Tuttavia, se manca la nostalgia, domina la pietà consapevole e materna di una donna che tutto assolve perché tutto capisce. 
Marianna perdona le offese, gli stupri, le umiliazioni perché si accosta agli uomini con la paziente benevolenza di un essere superiore che osserva tutto con la lente della letteratura, suprema conoscitrice degli uomini e della storia. Così come Il barone rampante di Calvino, ella se ne sta in disparte ma, a differenza di Cosimo, non è protetta tra i rami di un albero e patisce sulla sua carne le offese di un mondo che cerca di strapparle via tutto.
Non si salva nessuno dai suoi quattro sensi sempre all'erta: la Chiesa, perversa assassina di bambini spinti a forza dentro il cappio e di donne cosparse di pece e poi accese come torce; i poveri, incapaci di amare nell'inferno in cui trascinano le proprie esistenze bestiali; i nobili, ignoranti, vigliacchi, che si consumano nel vizio e finiscono essiccati e penzolanti in una cripta.
A colmare la sua mutilazione interviene un dono che ha del meraviglioso: Marianna sa leggere nel pensiero della gente, o meglio, sono i pensieri di chi la circonda che si riversano prepotentemente nella sua mente, costringendola ad ascoltarli. Più che un dono, esso rappresenta una condanna che la rende ancora più estranea al finto baccano del mondo.
E tuttavia, domina in queste pagine la dolcezza materna di questa mutola che fa dono di sé con parsimonia, soffre per le atrocità di un'epoca di cui è figlia per adozione, e indulge sulle debolezze umane che solo lei è in grado di "ascoltare".
Avrei ancora tantissime cose da raccontarvi, ma mi sono dilungata già troppo.
Faccio dunque un ultimo accenno allo stile perché non parlarne sarebbe impossibile. Questo romanzo scivola tra le dita come "la lunga vita" della protagonista, raccolta in brevi capitoli che ne conservano un'immagine eterna. La Maraini si avvale di una prosa scorrevole, elegante, sorprendente e ricca.
Le metafore sono il vero gioiello di queste pagine: grazie ad esse è possibile la resurrezione di un'epoca imbalsamata sui dipinti che oggi osserviamo nelle sale dei musei.

"Eppure altre mani hanno fermato con sublime arroganza il tempo, rendendoci familiare il passato. Che sulle tele non muore, ma si ripete all'infinito come il verso di un cuculo, con tetra malinconia. Il tempo, si dice Marianna, è il segreto che Dio cela agli uomini. E di questo segreto si campa ogni giorno miseramente."



Se siete arrivati fin qui, cari lettori, è giusto che sappiate che di incontri ce ne sono stati tre, o meglio ce ne sarebbe stato un terzo, se solo avessi potuto essere presente.
Sono andati mamma e papà e grazie a loro ho rimediato questo autografo, lo stesso che rimpiango di non aver chiesto alla signora gentile, modesta (purtroppo per me) e con gli occhi cerchiati di azzurro che incontrai per caso quella prima volta.




martedì 28 novembre 2017

La terza casa

Chiostro del Monastero San Nicolò L'Arena (Catania)


Oggi, percorrendo le scale che mi hanno vista crescere gradino dopo gradino, ho detto a Roby: "Ci possiamo laureare, allontanare da questo posto, ma non ce ne andremo mai veramente da qui". 
Oggi ho avuto la conferma di avere tre case: la prima è quella dove mi aspettano mamma e papà, la seconda è quella dove mi aspettano le mie coinquiline, la terza è quella dove mi aspetta tutto ciò che sono e amo della vita.

Qui ci siamo trovati, e ogni angolo parla di noi.
In questo giardino, ad esempio, ci avevano parlato di Consalvo Uzeda, una mattina in cui ci eravamo improvvisate turiste. Qui io e Roby avevamo fatto le sceme per ore intere, durante quel convegno che avevamo scoperto per caso; qui sono scappata con Daniele per aprire il suo regalo.

Ho sbirciato da questa finestra il giorno in cui ho superato l'esame di latino (il più bello in assoluto di tutti questi anni), quello in cui mi sono laureata (poco prima di discutere la tesi), e tutti quelli in cui ho attraversato lo stesso sporco, immenso e meraviglioso corridoio.
Oggi mi sono affacciata ancora una volta mentre Angela, ammutolita per il terrore, stava per affrontare la commissione, Tosco e Federico avevano perso il controllo del piede destro e io e Roby facevamo, come sempre, le sceme.

È la nostra terza casa, quella in cui ci hanno insegnato tutto, fuorché dire addio al nostro monastero.