venerdì 16 dicembre 2016

Eden

                                                             
Era cominciato tutto tre anni fa.
Non cercherò di spiegare ciò che ancora oggi non riesco a capire, mi limiterò a raccontare ciò che avvenne. Avevo all’epoca vent’anni e vivevo, così come oggi, con la zia Giovanna, sorella nubile di mia madre, alla quale sono stata affidata dieci anni fa, dopo la morte dei miei genitori.
Le mie giornate trascorrevano tranquille, spesso monotone, così come del resto era la mia vita di ragazza orfana, timida e priva di sogni nel cassetto.
Mi alzavo presto e aiutavo la zia nei lavori domestici, la accompagnavo nelle visite o al teatro,  nel tempo libero leggevo oppure studiavo il piano. Avevo un’amica, Clara,  che spesso veniva a trovarci con sua madre, vecchia amica della zia.

Cominciò tutto una notte.
Sognai di trovarmi al Viale durante le prime ore del mattino. Lo riconobbi subito, sebbene fosse molto diverso dal posto in cui passeggiavo spesso con la zia. La strada non era asfaltata e odorava di terra bagnata,  era immersa in una nebbia gelida che si mescolava alla polvere alzata di tanto in tanto dal vento.
Avanzavo  inghiottendo polvere, cercavo di ripararmi gli occhi con una mano, mentre con l’altra mi facevo scudo dal vento.
Notai, nonostante la nebbia, che le ville ai bordi della strada non sembravano disabitate e  la vegetazione che solitamente cresce incolta e quasi le stritola, ora sembrava abbracciarle con delicatezza, mentre nei giardini si alternavano piccoli putti in marmo, aiuole curate e alberi centenari.
Dopo pochi minuti il vento cessò e la nebbia svanì lentamente.
Tutto sembrava  immerso in un sonno silenzioso.
Guardai  nuovamente le ville, il mio sguardo si posò  su quei balconcini barocchi e sembrò quasi attraversarli e vagare tra le immense stanze ancora in penombra. Mi figurai  i primi raggi del sole entrare debolmente dalle finestre, illuminare dapprima i pavimenti in pece, per poi risalire alle pareti, agli stucchi, ai quadri per poi raggiungere i letti e diventare sempre più intensa man mano che illuminava il volto di chi dormiva, beato,  tra le calde coperte ricamate.
Ero immersa in questi pensieri quando sentii che facevo fatica a camminare. Mi curvai  e notai, con grande meraviglia, che calzavo degli stivaletti bianchi con tacco basso,  non avevo mai acquistato scarpe del genere, né tantomeno ne avevo mai viste in giro. Ma le scarpe erano nulla rispetto al vestito! Indossavo un elegante vestito azzurro, stretto, anzi strettissimo in vita, largo sulle gambe e  lungo fin quasi alle caviglie. 
Sentivo i capelli tirarmi sulla nuca, così vi passai una mano sopra e poi entrambe per qualche secondo. Non riuscivo a credere alle mie dita!  Avevo i capelli raccolti in una grande acconciatura piena di nastrini e da cui partivano due lunghi boccoli che mi arrivavano  alle spalle.
Non mi ero accorta di trovarmi in mezzo alla strada. Stavo ancora riflettendo sul perché fossi vestita in modo tanto bizzarro, quando mi giunse da dietro  il nitrito di un cavallo. Correndo mi spostai ai bordi della strada, appena in tempo per non restare schiacciata. Il sole mi abbagliava e inizialmente non mi fu chiaro cosa avessi di fronte, sembrava uno scrigno d’oro avvolto in una nube di polvere. Non avevo mai visto una carrozza  e ora a pochi metri da me eccone una che avanzava, sussultando leggermente ad ogni piccola pietra. 
Quando la carrozza scomparve ricominciai a guardarmi attorno. Quella che vedevo non era semplicemente la mia stessa città in un’altra epoca, era la mia città come l’avevo  immaginata tante volte.
Devo ammettere che fin da bambina sono stata stregata dal passato, spesso provavo quasi rabbia per essere arrivata troppo tardi. Divoravo decine di romanzi  del secolo scorso, cercavo di coglierne la vita di chi li aveva scritti. Perché? Ma per il semplice fatto che anche lui era passato, morto e non esisteva più così come i personaggi dei suoi romanzi!
Il sole era ormai alto quando, sulla soglia di una villa, notai la sagoma di un uomo che con la mano mi faceva segno di avvicinarmi. Inizialmente pensai che si stesse  rivolgendo a qualcuno alle mie spalle, ma c’ero solo io.
Mi avvicinai e lui  fece lo stesso, fissandomi e sorridendomi quando giunse a pochi metri di distanza.
«Mi permetta di presentarmi signorina, avete di fronte  il conte Riccardo Vinciguerra».
Dovevo essere davvero buffa in quel momento. Lo fissavo con due occhi da pesce lesso e non riuscivo ad articolare neanche una parola di senso compiuto. Era a pochi centimetri da me eppure della sua voce mi sembrava di cogliere solo l’eco. Nei primi momenti non riuscivo a distinguere neanche le parole, pur trattandosi della mia stessa lingua.
Ricordo che non mi accorsi subito della sua bellezza,  non perché quel giorno egli fosse meno bello dei giorni che seguirono, semplicemente avevo perso ogni capacità di giudizio.
Era alto, in quel momento mi sembrò quasi un gigante, con spalle larghe, ma di corporatura media. Aveva una carnagione delicata, una pelle luminosa e chiarissima, come se il sole si fosse rifiutato perfino di sfiorarlo, eppure non aveva  un aspetto malaticcio, quel candore  sembrava illuminarlo e si sommava all’eleganza dei suoi gesti, al modo in cui muoveva le labbra e alla sua voce calda e quasi roca. Aveva capelli  folti e chiari che in parte gli coprivano la fronte e occhi chiarissimi, grandi e appena socchiusi.
Sembrava un bambino per la delicatezza dei lineamenti, eppure accanto a lui mi sentivo tanto piccola e…bella. C’era qualcosa nel modo in cui mi guardava che mi annullò, o meglio annullò quel fantoccio che da sempre frapponevo tra me e il mondo. Farfugliai qualcosa, non ricordo cosa e cominciammo a parlare.
Credo parlammo di letteratura, di teatro e di musica. Tutto ciò non mi trovò impreparata, essendo io avida lettrice di romanzi scritti in quegli anni. Ma quali anni? Dai suoi discorsi capii che dovevamo trovarci nella seconda metà dell’Ottocento.
Non so quanto tempo trascorse, forse pochi minuti, forse intere ore, so solo che restammo lì sulla soglia della sua villa, che mi spiegò essere stata costruita da poco, a parlare di tutto.
«Teresa svegliati, è tardi!».
Terminò così quello strano sogno, con mia zia che mi svegliò e mi disse che la colazione era  pronta.
Quel giorno trascorse lentamente e fu per me una tortura. Ero stanca e incapace di concentrarmi, in preda a un turbamento che non avevo mai conosciuto, impaziente di qualcosa che sentivo consumarmi. Passeggiavo nervosamente, poi tornavo a letto, provavo a leggere e poi mi rialzavo e ricominciavo a camminare.
Il suo viso già svaniva, eppure non riuscivo a distogliere la mente dal nostro incontro, quegli odori, quella voce, le sensazioni che avevo provato non svanivano.
Mi assalirono i brividi, la zia se ne accorse e mi misurò la temperatura. Avevo la febbre, così tornai a letto e dopo pochi minuti mi addormentai.
Mi svegliai nuovamente su quel viale: un’ altra giornata era cominciata nella Catania di fine secolo e nuovamente io camminavo, tra polvere ed eleganti carrozze,  nei miei stivaletti bianchi e neri, stretta in quel corpetto, sollevando la gonna con le mani inguantate.
A differenza della prima volta stavolta sapevo la mia destinazione e poco passò che mi ritrovai davanti al cancello della villa.
Riccardo mi raggiunse poco dopo e, data l’afa insopportabile di quel giorno, mi convinse a sedere sotto uno dei tanti alberi del parco.
Non avevo mai parlato a lungo con un ragazzo. Ho già detto di come le mie giornate trascorressero lente, noiose e in quasi totale solitudine.. Raramente avevo avuto occasione di confrontarmi con qualche mio coetaneo e quasi mai avevo trovato degli argomenti che mi entusiasmassero o che mi facessero desiderare di continuare  la conversazione.
Con Riccardo  era diverso. Noi parlavamo e ci capivamo.  Capivamo ogni parola prima che fosse pronunciata, la conoscevamo dalla sua nascita, da quando era solo un pensiero che si agitava nella mente.
Ci  sfogliavamo e ci leggevamo trovando nell’altro esattamente ciò che era scritto in noi e non ci stancavamo di sfogliarci, di annusarci e di voltare ancora pagina.
Cominciai a non chiedermi più cosa stesse succedendo, chi era lui, chi eravamo noi e cosa fosse quel giardino. Fuori da lì non esisteva più  nulla.  Nessuno può capire cosa provavo in quei momenti, forse solo due persone potrebbero, le uniche due a cui fu concesso di essere felici così come lo eravamo noi.
Anche noi, nudi da ogni colpa e paura, sedevamo sotto un albero, anche noi ignari del tempo e dello spazio, di serpenti e frutti proibiti.
«Teresa c’è il dottore. Apri gli occhi, dobbiamo misurare la febbre».
«Zia sto bene, ho solo bisogno di dormire».
«Non si preoccupi signora è solo un’influenza. Lasciamola riposare e le somministri due volte al giorno le pillole che le ho prescritto».
«Va bene dottore, grazie».
Trascorsero così i giorni e continuarono le mie due vite. La febbre passò ma continuai, appena mi addormentavo, a tornare in quel giardino. Non volli più seguire la zia nelle sue passeggiate al viale, non sopportavo l’idea di vedere ciò che restava di quel giardino, mi sarebbe sembrato di tradire Riccardo tornando in quel posto senza di lui.
Ciò sembrerà folle, me ne rendo conto, ma il fatto è che avevo smesso di chiedermi il perché di quei sogni. Forse avevo smesso di considerarli dei sogni. Cosa sono i sogni? Dei surrogati della vera vita, quello avevo creduto fino a quel momento. Ora tutto aveva perso consistenza, ogni certezza era sfumata.
Qual era la mia vera vita? Quella fatta di giorni che scivolavano via impercettibili, lenti e sempre uguali o quella che mi si schiantava addosso, con violenza, imprevedibile e meravigliosa, quella in cui il tempo cessava di esistere e un minuto non valeva meno di un’intera esistenza? E  Riccardo chi era? Anche lui un surrogato? Un’allucinazione? Allora perché trascorrevo le ore che la veglia mi teneva lontana da lui a sentirne il profumo e il suono della voce? Questo non accade con i sogni! I sogni svaniscono, si dimenticano, lui invece era presente in modo quasi ossessivo nei miei sensi e nei miei pensieri.
Cominciai invece a dimenticare tutto il resto. Capitava spesso che la zia mi chiedesse di fare qualcosa di cui avevamo parlato poche ore prima, oppure mi chiedesse un parere su qualcosa successo nei giorni precedenti e io non ricordavo assolutamente nulla!
Uscivo sempre più raramente, il presente mi dava fastidio, mi sentivo prigioniera di un mondo che non avevo scelto. Ero uno spettro in quel mondo. Così come gli spettri io non vivevo una mia vita, mi trovavo lì e basta. Non avevo fame, freddo, voglia di divertirmi e di prendere una boccata d’aria. Spesso non volevo più allontanarmi dal mio letto.


Avevamo inciso i nostri nomi sulla quercia nel retro della villa. Un gesto che mi sarebbe apparso ridicolo nella mia vita da sveglia, magari anche scontato, eppure in quel momento mi sembrò di partecipare a un rito magico.
Non fu un gesto dettato solo da infantili sentimenti da innamorati. C’era dell’altro e lo sapevamo entrambi, anche se non lo avremmo mai ammesso. Non so dire quando e come ma  qualcosa si era insinuato lentamente nel nostro giardino. Il tempo! Anche lui aveva varcato quel cancello e ora ci strisciava addosso, ci mordeva, ci avvelenava lentamente il sangue.
« Per sempre» lo avevamo scritto per scongiurare quello che ora sapevamo  non poter evitare.
Il “per sempre” non esiste senza il tempo, esso sarebbe allora solo presente, sarebbe solo «qui e ora» che poi è lo stesso di « ieri e domani e mille anni».  Così, su quella vecchia quercia, cercammo la conferma che ci saremmo stati anche in un domani che non era più il nostro « qui e ora».
Poi cominciarono i discorsi di Riccardo. Disse che si sentiva vivo solo quando era con me,  me lo disse a testa bassa, urlando e serrando i pugni. Piangeva, lo so, ma voleva nascondermelo. Un giorno, afferrandomi le mani e stringendole con forza tra le sue, mi confessò che lontano da me gli sembrava di scomparire, di non sentire più nulla.
« Ho paura, sai? Ci sei tu e ci sono io, ma se non ci sei tu, se non ci siamo noi, io non ci sono più. Riesci a capirlo? Non lasciarmi più da solo, giurami che non lo farai!».
Queste cose cominciò a dirmele con sempre più insistenza e io so perché le diceva.
Più la sua vita svaniva e la sua coscienza si annebbiava, più la mia tornava lucida e quel giardino ai miei occhi sbiadiva. Il mondo fuori da quel cancello non cessava di esistere. Quel giardino era diventato il mio surrogato e lui lo sapeva e cessava di vivere lentamente, per me, per lui, per noi.
Trascorsero delle settimane e nonostante desiderassi con tutte le mie forze rivederlo, i miei sogni erano ormai privi di immagini. Erano solo un lungo sonno ,nero,  incosciente, muto.

Era domenica mattina, non vedevo Riccardo da un mese e avevo deciso di accontentare la zia che mi supplicava di uscire di casa e di tornare alla mia vita di prima.
Ci avviamo per il viale. Tenevo gli occhi bassi, mi rifiutavo di sollevare lo sguardo.
«Giovanna, che piacere vederti!» Di fronte a noi c’era una cara amica della zia che non vedevamo da diverse settimane, così loro due cominciarono a parlare.  Io dopo qualche minuto dissi che mi sentivo poco bene e che preferivo tornare un po’ prima a casa. Riuscii a convincere la zia e mi avviai, quasi meccanicamente, verso la villa.
Alzai lo sguardo solo quando giunsi davanti al cancello.  Tutto cominciò a tremare e diluirsi mentre mi strofinavo gli occhi per smettere di piangere.
Avevo riconosciuto la facciata della villa, era annerita e invasa dai muschi, gli odori erano rimasti immutati, erano solo più attenuati, mentre degli scuri cespugli incolti  avevano preso il posto delle aiuole che c’erano all’ingresso.
Davanti al portone qualcuno mi fissava con le mani in tasca e un’espressione divertita sul viso. Mi avvicinai.
«Buon giorno, posso esserle utile signorina?».
Era un bell’uomo sulla cinquantina, alto e molto magro.
«Mi scusi, stavo guardando la facciata della villa e…devo andare. Buona giornata».
«Ho capito! Ho capito! Lei deve sposarsi ed è alla ricerca di una sala in cui festeggiare. Siete tutte così voi quasi sposine!».
«Le assicuro che si sbaglia. Non devo sposarmi e non cerco nessuna sala da ricevimento. Scusi se glielo chiedo, lei è il proprietario?»
«Ho capito! Deve essere un’appassionata di storia. Sì, sono l’unico erede ».
«Diciamo che più o meno sono un’appassionata di storia».
«Solitamente organizzo delle visite guidate all’interno delle stanze e del parco. La maggior parte delle stanze sono chiuse al pubblico ma alcune è possibile vederle. Stavo aspettando una coppia di fidanzati per parlare del ricevimento di nozze ma credo proprio che mi abbia dato buca. Le va di fare un giro del palazzo?  Credo di avere anche il tempo di raccontarle qualche aneddoto sui miei ‘parenti’. Sa, sono anch’io un appassionato di storia ed è per questo che ho evitato di ristrutturare alcune stanze. Non sa che dispiacere mi sono preso per il parco… ma prego entri, le racconterò alcune cose».
Lo seguii senza pensarci e fu così che per la prima volta varcai quel portone. Le pareti conservavano in alcune stanze la carta da parati floreale che doveva risalire a molte decine di anni prima ed erano piene di ritratti ovunque. I pavimenti erano in pece e i lampadari, enormi, in cristallo. C’erano molti divani rossi e verdi e mobili in legno scuro coperti da centrini e porcellane.
Eravamo giunti all’ultima stanza, la porta era ancora chiusa ma ne proveniva un odore forte di muffa che mi diede la nausea. C’era caldo, tutte le finestre erano serrate e coperte da pesanti tende impolverate. Mi asciugai la fronte e legai i capelli, facevo fatica a respirare.
Il mio accompagnatore se ne accorse e con un sorriso mi porse il braccio:
« Mia cara ragazza siamo giunti all’ultima stanza, quindi le consiglierei di fare un ultimo sforzo. Fa parecchio caldo oggi e in queste stanze si ha la sensazione di soffocare, ma a breve le mostrerò il parco e vedrà che si sentirà meglio».
Spalancò la porta e io lo seguii dentro. La stanza era in penombra quindi in un primo momento non riuscii a distinguere bene gli oggetti.
Quando cominciai ad abituarmi alla poca luce che filtrava dalla tenda, notai un elegante letto a baldacchino con accanto un comodino sul quale c’era un vecchio taccuino blu.
Lo osservai per qualche secondo: sembrava abbandonato lì da secoli, se ne stava lì, muto, in attesa di accogliere le confidenze del suo proprietario, non sapeva che le sue pagine sarebbero rimaste bianche e, fedele, attendeva quelle mani, quell’inchiostro che avrebbe chiuso per sempre il racconto e dato un senso a tutto.
Sotto la finestra c’era una piccola scrivania, mentre la parete di fronte era occupata da un grande armadio.
«Questa stanza è appartenuta a un mio z…Scusa un attimo. Pronto! Sì, arrivo subito».
Mi voltai e osservai meglio il mio accompagnatore. Aveva molti capelli, curati e brizzolati, li portava lunghi tanto che spesso un ciuffo gli ricadeva su un occhio e lui in continuazione lo riportava indietro con noncuranza. Sorrideva in continuazione, forse per mettere in evidenza i denti bianchissimi e perfetti, mentre gli occhi, piccoli e azzurrissimi, in quella penombra, sembravano brillare come quelli di un gatto. Indossava una camicia di lino, bianca e aperta sul petto e camminava con passo sicuro, lasciandosi dietro una forte scia di profumo. Aveva uno strano accento e un modo di parlare affabile e affascinante. Si vedeva che era abituato a trattare con la gente, che conosceva il mondo e se ne andava sicuro ovunque volesse.
«Mi scusi signorina, è arrivata quella coppia di cui le parlavo. Se preferisce può aspettarmi giù, oppure può restare qui. Impiegherò non più di dieci minuti».
«La aspetto qui, non si preoccupi».
Non appena fui sola mi avvicinai titubante al comodino e afferrai il taccuino. Casualmente lo aprii sull’ultima pagina che era stata scritta e riconobbi immediatamente la grafia «Veglio e non vivo, sogno e non vivo, eppure da qualche parte io, lei noi, dobbiamo vivere ancora».
Mi lasciai cadere sul letto impolverato che scricchiolò stancamente sotto il mio peso. 
Rimasi immobile per non so quanto tempo, non sentivo più nulla, solo fissavo una mattonella e l’unica cosa che riuscivo a pensare era il perché essa fosse più chiara delle altre. Non è strano? Sentivo la morte seduta accanto a me su quel letto, sentivo il letto scricchiolare ai suoi movimenti, la sentivo alitarmi sul collo come un tempo aveva fatto lui, avevo voglia di gridare, scappare e piangere, gettarmi giù dalla finestra per scappare prima da quelle stanze che puzzavano di morte anch’esse, eppure l’unica cosa che  pensavo era al perché quella mattonella fosse più chiara. Ci sono dei momenti in si spalanca sotto una voragine, così, pur di non cadere, ci si afferra al primo appiglio che ci si trova accanto. Quella mattonella era il mio appiglio.
«Signorina, Teresa ha detto che si chiama, no? Si sente male? Scusi se sono stato via così tanto tempo!».
« Perché è più…Mi scusi, sì, sto bene, sono solo un po’ stanca. Mi stava raccontando di questa stanza».
« Sì certo, guardi le mostro a chi appartenne. Lo tengo nell’armadio perché temo che la luce possa danneggiarlo. Eccolo».
Tirò fuori un ritratto di grandi dimensioni. Riccardo, la sua mummia era di nuovo di fronte a me!
Quel viso non aveva nulla a che vedere con il Riccardo del giardino. Fu in quel momento che conobbi  un altro Riccardo, uno a cui non avevo mai pensato. E mi sembrò di vederlo, posso giurare che mi sembrò di vederlo davvero! Rividi un ragazzo, chino su quella scrivania, intento a scrivere sul suo taccuino blu, lo vidi camminare e poi accasciarsi per il dolore, lo vidi sudare su quel letto e diventare cadavere, raffreddarsi e indurirsi. Ecco, questo era il Riccardo della tela, quello fuori dal giardino. Quello che c’era lì dentro non ci apparteneva.
« Questa è decisamente la storia che i turisti preferiscono. Il contino Riccardo Vinciguerra fu un mio lontano zio vissuto nella seconda metà dell’Ottocento. Come può ben vedere doveva essere molto bello e dicono anche sia stato molto intelligente, amante della letteratura e della musica. Morì nel 1880 a soli ventidue anni».
« Come? Come morì?»
« Questa è la parte più interessante della storia. Impazzì, così dissero i dottori. Il suo era una sorta di delirio che lo colpiva a tutte le ore del giorno e della notte. Cominciò con una semplice febbre ma da quel momento lentamente si staccò dalla vita. Ci fu chi raccontò che spesso parlava da solo e sorrideva al nulla, seduto sotto gli alberi del giardino. Poi smise  di recarsi al parco e si chiuse in questa stanza.  Restò a letto diversi mesi e si lasciò lentamente morire. I medici sostenevano che fosse sano come un pesce, eppure moriva».
Ero troppo sconvolta per poter restare ancora in quel posto, quindi feci uno sforzo enorme per riuscire a tirar fuori un filo di voce e chiesi al mio accompagnatore di accompagnarmi verso l'uscita.
Gli dissi che sarei passata un’altra volta per visitare il parco.
«Temo che possa essere troppo tardi Teresa. Vede questi alberi? Sono qui da tantissimi anni eppure ora sono costretto a farli abbattere, alcuni li hanno già abbattuti. Le radici stanno intaccando le fondamenta della villa. Purtroppo non c’è altro da fare».
«Capisco» fu l’unica parola che riuscì a dire. Lo salutai frettolosamente e mi avviai verso l’uscita cercando di non inciampare tra rovi, rami e foglie secche.
Ero giunta sulla soglia quando il mio piede urtò contro qualcosa.
Mi abbassai per guardare, tra alcune foglie rossastre e accartocciate sporgeva un frammento di legno. Lo colsi, si distingueva ancora:
                                                      « per sempre
                                                             R e T»




domenica 4 dicembre 2016

C'è tempo

I primi raggi di sole filtravano dalla finestra, avrebbe potuto riaddormentarsi ma non riusciva a riprendere sonno. Quanto tempo era durato quel sogno? Pochi minuti? Pochi secondi? Dicono che in realtà i sogni durino pochissimo, sarà anche vero, ma a lei era sembrato di sognare per un intero giorno.
Rannicchiata nella sua metà di letto, non osava fiatare per paura che quell’estraneo che le dormiva accanto si svegliasse.
E cosa dirgli se l’avesse sorpresa a piangere in silenzio?
Non si sarebbe mossa, avrebbe aspettato il suono della sveglia, lui si sarebbe svegliato e sarebbe andato in bagno, dandole il tempo di vestirsi e preparargli la colazione che lui avrebbe consumato frettolosamente e in silenzio. Lei sarebbe entrata in cucina solo dopo aver sentito la porta del pianerottolo chiudersi.
Sarebbe cominciato così un nuovo giorno per entrambi. Sapevano come evitarsi, come impedire che anche per poco le loro esistenze tornassero a incrociarsi. Anni e anni di esercizi e alla fine c’erano riusciti.
Era guarita dall’amore che aveva provato per lui, quell’amore per cui tutto si era ridotto a niente, quello per cui ora divideva con lui quelle quattro mura di quello squallido paese.

Bella, intelligente, figlia unica di un impiegato e di una maestra, era cresciuta in un bel quartiere, frequentato da gente noiosa e rispettabile. Si era innamorata di lui quando aveva  diciassette anni.
Lui ne aveva all’epoca ventisei e lavoricchiava un po’ovunque. Non riusciva a tenersi un lavoro per più di due mesi, litigava con tutti e non chiedeva mai scusa, sempre in ritardo, sempre pronto a cacciarsi nei guai, divertirsi era l’unica cosa che gli riusciva bene.
Si erano conosciuti nella bottega dove la madre di lei si recava ogni mattina. Un giorno la signora aveva portato con sé la figlia e in pochi minuti si era compiuto il destino di quella famiglia.
Lui, bellissimo e sorridente, le aveva accolte da dietro il bancone, spiegandogli che era stato assunto il giorno prima ed era in prova per due settimane.
Lei non gli aveva tolto gli occhi di dosso.  Del resto, quando si ha quell’età, bastano un sorriso e due occhi come quelli per gettar via le bambole.
Lui lo aveva capito subito, aveva collezionato più donne che lavori e sapeva cosa vuole dire quando una ragazza ti guarda in quel modo.
Così cominciò tutto e non se ne accorse nessuno.
Lei usciva facilmente di casa dicendo che andava a studiare da un’amica, lui non aveva nessuno a cui rendere conto perché era solo al mondo, fatta eccezione per una vecchia zia con cui viveva.
Andavano in giro interi pomeriggi, nascondendosi dalla gente, dalla luce del sole, dalle loro vite così diverse e che per caso si erano incrociate, per poco tempo, credeva lui, per sempre, sognava lei.
Lei sarebbe scappata in capo al mondo per lui, mentre lui credeva di giocare per qualche mese e poi cambiarla, magari insieme al lavoro. La solita storia della fanciulla sedotta e abbandonata, insomma.
Il fatto è che le cose non erano andate in questo modo.
Lei era sbocciata tra le sue mani, tra un bacio e l’altro aveva dato un calcio alla sua vita precedente ed era entrata con prepotenza nella sua. Lui aveva provato diverse volte a lasciarla ma poco dopo si era ritrovato sotto casa sua, pregando che si affacciasse e con una scusa lo raggiungesse di corsa.
Era sbocciata tra le sue mani e lentamente lo aveva stregato, così si era ritrovato a proteggerla da tutto e tutti, ad adorarla come una dea al cui altare sacrificare ogni giorno i giorni che aveva trascorso senza di lei. E mentre quella bambina cresceva, quell’uomo tornava bambino, si affidava completamente a lei e il mondo cominciava a fargli paura.
Li avevano scoperti qualche mese dopo, lei aveva da poco compiuto diciotto anni. 
Tutti e tre nel salotto, sua madre in un angolo che piangeva in silenzio, suo padre che gridava, gesticolando e sbattendo il pugno sulla scrivania e lei, sul divano, che si sforzava di assumere un’espressione dispiaciuta e togliersi dalla faccia quel sorriso trasognato che le nasceva ogni volta che si parlava di lui. Il fatto è che quelle grida, quelle minacce, per lei, in quel momento, avevano solo un significato: non era più un gioco, era tutto vero ora.
Quei giorni di urla e pugni sbattuti si erano conclusi con la sua fuga, in una notte fredda e luminosa, e con un matrimonio, celebrato velocemente in una calda chiesetta di campagna.
I primi mesi erano trascorsi come in una fiaba: avevano vissuto di stenti, eppure si erano sentiti due sovrani. Avevano trascorso intere notti a fantasticare su un futuro fatto di nuvole e che prendeva forma per pochi istanti, poi tornava a sfumare e ad assumere una nuova forma e loro, lì, ancora che ridevano e ne immaginavano un altro, ancora più bello, ché tutto sì può fare quando si è innamorati e si ha una vita davanti.
Avevano cambiato paese, lui aveva trovato un lavoro in una falegnameria ed era riuscito a tenerselo, lei lo aspettava a casa e contava le ore che mancavano per la sera.
I genitori di lei non le avevano più rivolto la parola, l’intero paese li compativa, molti li biasimavano perché se si ha una figlia tanto bella, mica la si può lasciare andare in giro quando vuole! La verità è che se l’erano cercata, una come quella va tenuta a casa altrimenti finisce con la pancia! E chissà quante pance c’erano in giro grazie a quello! Quello un delinquente era! E lei, per carità, i suoi genitori brave persone, ma lei… che il Signore la perdoni… meglio non avere figli, che averne una così!
Il fatto è che simili discorsi, farfugliati e interrotti non appena la povera signora arrivava, l’avevano uccisa giorno dopo giorno. Era morta tra le braccia del marito, rifiutandosi fino all’ultimo istante di vedere la figlia.
Un giorno, mentre lei era appena tornata a casa, era arrivato il telegramma.
La cosa buffa è che lei quella mattina era uscita di casa presto per spedire una lettera ai suoi genitori: aveva scoperto di aspettare un bambino due giorni prima e tutta la gioia di quel momento l’aveva riversata su quella lettera.
«Perdonatemi mamma e papà, so che vi ho fatto soffrire, ho sbagliato a ingannarvi ma ora recupereremo tutto. Sono così felice mamma e papà! Ma non posso esserlo del tutto se voi non lo siete per me, se non lo siamo insieme. Verrò da voi tra due giorni e vi prego di non sbattermi ancora la porta in faccia. Devo parlarvi di una cosa importante che spero cancellerà questi anni di silenzi. Abbiamo tanto tempo per recuperare, per tornare a essere felici».
Quando lui era tornato, l’aveva trovata in uno stato spaventoso. Pallida e sudata, tremava e batteva i denti, si tirava i capelli e gridava parole atroci, incolpando se stessa e quella loro storia maledetta da Dio.
L’aveva calmata, le aveva dato qualcosa per dormire e l’aveva convinta a mettersi a letto. Quando aveva smesso di gridare, aveva preparato in fretta i bagagli per partire il giorno successivo con il primo treno.
Erano giunti in paese nelle prime ore del mattino e si erano fatti spazio tra le anziane signore che li guardavano come fossero due demoni. Lui la sorreggeva, le asciugava la fronte, la incitava a camminare a testa alta, le chiedeva continuamente di cosa avesse bisogno.
Il fatto è che il destino non aveva smesso di accanirsi contro di loro, così giunti davanti alla casa non avevano trovato solo un manifesto, ne avevano trovati due.
Alle due di quella stessa notte i vicini avevano udito uno sparo. Anche il padre le aveva definitivamente chiuso la porta in faccia e non aveva lasciato nulla per lei, non una lettera, non un biglietto. Poco dopo era invece arrivata la lettera che aveva spedito lei il giorno precedente, quella stessa lettera in cui si diceva che c’era ancora tempo per essere felici.
L’ultimo colpo aveva fatto centro: accasciatasi al suolo, aveva perso l’ultima gioia in un’enorme macchia rossa.
Da quel giorno la fiaba era finita. Lei aveva smesso di sorridere, di parlare, di piangere. Una sera, dopo l’ennesima sfuriata di lui che ancora non si rassegnava a quella rabbia muta, lei gli aveva finalmente vomitato addosso ciò che da tempo la torturava:
« Hai ragione, non posso costringerti a vivere con un fantasma che ti disprezza, perché io, mettitelo in testa, ti disprezzo. Non ti amo, credo che incontrarti sia stata la condanna della mia vita. Tu non avevi niente e ti aggrappasti a me che invece avevo tutto e me l’hai strappato. Io ero una bambina e tu mi hai reso un’assassina. Nei tuoi baci il veleno c’era e io l’ho bevuto e poi l’ho sputato addosso alla mia famiglia! Con te non ero felice, smettila di dire che eravamo felici! Con te ero drogata. Tu eri la mia droga e quando ho smesso di usarti, ho visto quello che era rimasto della mia vita. Niente! Niente era rimasto! Solo una pozza di sangue, quella dove hanno trovato mio padre, quella dove è andata l’unica cosa bella che io e te avevamo fatto insieme! Lasciami in pace, sparisci o resta qui, non m’importa, ma smettila di considerarmi nella tua vita».
Queste cose le aveva dette,  guardandolo con odio e stringendo i pugni,  parlava a bassa voce, lentamente, come se le pensasse da una vita intera.
Dopo quella sera lui era andato via di casa ed era tornato dopo diversi giorni. Era sporco, con la barba lunga di diversi giorni e puzzava di alcol, fumo, donne e letti sporchi.
Non si erano detti nulla. La loro vita era andata avanti in questo modo per anni.
Nei primi quattro anni lui spesso dormiva fuori e quando rientrava si chiudeva in bagno e cercava di levarsi di dosso i segni di quel fango in cui sentiva il bisogno di sprofondare per guarire da lei e dalla loro vita insieme che era stata tanto diversa dalle nuvole. Negli anni successivi le fughe notturne finirono e anche lui si arrese a quella rassegnazione muta, a quel rancore sordo.
Non si erano mai separati perché non avevano dove buttare le loro vite, lontano da quella casa non avevano un posto nel mondo che li accogliesse, che li rassicurasse, così restavano lì, due larve in attesa del nulla e deluse da tutto.

Quella notte aveva sognato di trovarsi su uno scoglio viscido e spigoloso, circondato da rocce alte e a strapiombo sul mare. Sdraiata sullo scoglio più grande, indossava quel costume viola scuro che aveva comprato in fretta, in un afoso pomeriggio d’estate. Con la punta dei piedi toccava l’acqua, indecisa se tuffarsi o restare lì ad abbronzarsi; lui, poco distante, le gridava di tuffarsi e, dato che lei non si decideva, le nuotava incontro e cercava di arrampicarsi, ma scivolava continuamente sul muschio. Lei lo guardava e rideva, poi lo aiutava a salire. Era mezzogiorno, il sole bruciava e lei lo prendeva in giro perché, bianco com’era, si sarebbe scottato come un gambero.
Poi non avevano più parlato, l’ombra delle rocce si rifletteva sull’acqua e formava delle grandi chiazze scure, dove invece il sole riusciva a insinuarsi, si formavano specchi di un azzurro intenso che diventavano rossi accanto ai coralli. Erano soli, l’ultima famiglia l’aveva portata via il barcaiolo che aveva accompagnato loro qualche ora prima. In quel punto i faraglioni davano le spalle ad Aci Castello e al mondo intero. C’era pace e bellezza ovunque.
« Ringraziami, ti ho portato in un posto bellissimo. Altro che spiaggia!»
« Hai ragione, è tutto stupendo. Restiamo qui per sempre»
«Restiamo qui fino a quando non ci viene fame, fra poco ci verrà fame sicuramente! Quanto tempo è passato da quando abbiamo mangiato il panino?»
«Non ne ho la più pallida idea»
«Credo che abbiamo un nuovo posto da aggiungere alla lista, merito mio, ringraziami, ti porto sempre in posti bellissimi!»
« Ma che dici! La maggior parte dei posti li ho trovati io!»
«Eh, ma questo vale per cento!»
«Mi prometti che ci torneremo?»
«Ogni anno ci torneremo. Certo quando saremo vecchi non so come faremo ad arrampicarci»
«Li ricorderò per sempre questi momenti, non sono mai stata così felice»
« Anche io. Però forse dovremmo uscire. Abbiamo i brividi, vedi?»
Si erano tuffati nel punto in cui l’acqua era più nera.

Poi si era svegliata. Quello non era solo un sogno, era successo davvero nel luglio di tanti anni prima. Si erano appena sposati e lei aveva insistito per trascorrere una giornata diversa, lontana dal caos delle spiagge catanesi. Era stato il loro primo di giorno di mare, uno dei più belli della sua vita.
Da quanto tempo non sognava? Non erano più ritornati in quel posto. Perché? Era la prima volta che ci pensava, dopo tanti anni. Lo avevano dimenticato, avevano fatto altro, se n’erano ricordati solo ad ottobre e si erano ripromessi di tornarci l’anno successivo. Ma sì, tanto i faraglioni non scappano mica!
«Ogni anno è passato e non ci siamo più tornati. Quel giorno è finito come tutti gli altri e saliti su quella barca ce lo siamo lasciato alle spalle per sempre. Quante cose si dicono pur di non accettare che ogni  momento non torna più, che si può essere felici un momento ma quel momento non può ripetersi più. E se anche ci fossimo tornati, cosa sarebbe cambiato? Credevamo di avere tempo, anche con loro credevo di avere tempo e ho rinviato. Ma non c’era tempo per loro e non c’era per noi ».
Ecco finalmente la sveglia. Stretta tra le coperte, sperava che lui la spegnesse in fretta e andasse nell’altra stanza. Aveva bisogno di non sentirlo vicino, di non pensare che con quell’uomo che le dormiva accanto un giorno era stata nel posto più bello del mondo e che insieme lo avevano tradito non tornandoci più.
Driiinnn driiinnn.
«Non avevamo tempo. O meglio lo avevamo ma non era più il nostro tempo. Eppure, se ora…chissà se quel posto è ancora così bello».
Driiin driiin.
«Ma sì, tornarci, potremmo tornarci, forse…in fondo i faraglioni sono sempre lì, mica vanno via…».
Driiin driiin.
«Oh ma insomma la spegni quella sveglia!».
Da quanto tempo non gli rivolgeva la parola? Se n’era resa conto solo dopo aver gridato. Era bello tornare a prendersela con lui perché non spegneva la sveglia, o arrivava in ritardo, o lasciava i suoi vestiti in giro. Arrivava sempre in ritardo, avevano litigato tante volte per questo motivo, eppure, ora,  non ci pensava più, non se ne accorgeva più! Sarà diventato puntuale? No, impossibile.
Poi capì. Aveva smesso di aspettarlo la sera, di affacciarsi per vederlo arrivare, di sentirlo salire su per le scale, di guardare l’orologio e preoccuparsi per ogni minuto di ritardo. Lui aveva smesso di ritardare perché non c’era più nessuno ad aspettarlo.
Driiin driiiin
Si voltò per spegnere la sveglia sul comodino di lui e involontariamente lo urtò. Non si mosse, restò immobile nella sua metà di letto, gelido.

I faraglioni non vanno mica via, loro no.

venerdì 2 dicembre 2016

Il (non) perché di questo blog e del suo nome

Ho aperto da pochi giorni il mio blog e non so ancora se la sua vita proseguirà o se si tratta semplicemente di una piccola parentesi momentanea. Chi mi conosce sa quanto poco sia attratta da tutto ciò che è virtuale o che puzza di nuovo, di utile, o anche solo di futuro.  
E allora perché questo blog? La verità? Non lo so nemmeno io, forse si tratta di un semplice gioco, di un modo come un altro per distrarmi dalla frenetica e alienante quotidianità.
Che sia lunga o breve, nata per gioco o per noia, la sua vita è cominciata e merita una possibilità. Cominciamo dal nome…beh i nomi per me sono sempre stati importanti e non parlo di quelle sciocchezze secondo cui i nomi possono influenzare la personalità o cose del genere. I nomi hanno il potere di definire le cose, di evocarle anche da lontano, di plasmarle prima ancora che esse abbiano una consistenza. Che nome dare dunque al mio inaspettato angolo virtuale?
L’idea mi è venuta dalla riflessione di Renato. Renato? E chi sarebbe questo Renato? Beh, posso solo dire che la sua storia è simile a quella del mio blog, anche lei appesa a un filo, anche lei senza un vero motivo per esistere.

« Avevo voglia di distrarmi, familiarizzare con quella città tanto caotica,ovvero scovare in essa un posto in cui non sentirmi tanto piccolo e insignificante. Ho sempre misurato l’amore per una città dai posti tutti miei che riuscivo a scovarci. Sono sempre stato una sorta di esploratore…i posti di tutti non mi hanno mai interessato, siano piazze celebri, viali  o ponti colmi di turisti, essi mi hanno sempre lasciato indifferente. Nelle città ho sempre cercato il mio paese, il mio angolo sempre uguale in cui tornare ogni volta diverso».


lunedì 28 novembre 2016

Lo scrigno

Non le scrivo per raccontarle il mio dolore, nessuna parola potrebbe riassumerlo e nessuna potrebbe lenirlo. Le scrivo per ricordarmi che sono un essere umano, magari piegato dal dolore, ma che ha ancora dei giorni da vivere. Le scrivo per illudermi che sono ancora padrona del mio tempo, che posso fermarmi qualche minuto e aprirle il mio cuore che tengo serrato come uno scrigno prezioso di cui ho nascosto la chiave talmente bene da averla persa. Le è mai successo Renato di perdere la chiave del suo scrigno? Oh, perdoni le mie metafore e cerchi di leggere oltre le mie stesse parole. C’è uno scrigno in cui custodiamo tutto ciò di cui siamo fatti. Forse preferirebbe chiamarla anima, o destino. Io la chiamo scrigno perché ne sono tanto gelosa e vorrei che niente di quello che c’è dentro andasse perduto. Vorrei potermi svegliare un giorno e trovarvi ogni cosa intatta, poter riguardare il mondo sempre con gli stessi occhi, amare con la stessa intensità, stupirmi, piangere le stesse lacrime. Forse vorrei solo vivere sempre lo stesso tempo.
Ieri credo di aver guardato dentro lo scrigno di mia nonna. Piccola e gracile su quel letto, se ne stava accovacciata come un cucciolo ferito che aspetta una carezza. Oh quanto l’ho accarezzata! Speravo di infonderle manciate di vita ad ogni carezza! Poi c’è stato un attimo in cui lei ha riaperto gli occhi e mi ha guardato. Sapesse, Renato, cosa ho visto in quei piccoli occhi schiacciati dal peso delle palpebre stropicciate!  C’era nel suo sguardo la disperazione di un’amante a cui è concesso di guardare per l’ultima volta il suo amore più grande. C’era la violenza di chi vuole custodire un’immagine per tutta la vita, anche se questa si è ridotta a pochi minuti. Poi ha spostato leggermente la testa e ha sorriso, o almeno così mi è parso, guardando alle mie spalle, in direzione del comò. Ho cercato di calmarla, di coccolarla, di infonderle quella sicurezza di cui credevo avesse bisogno. Ma non avevo capito nulla, dopo qualche secondo, mi ha sussurrato ciò che deve essere stato il suo ultimo pensiero.

“ Non ho sprecato nulla, vedi di non sprecare nulla. Non ho sprecato nulla ma è finita lo stesso.  Ho contato ciò che mi restava e sono pronta, ma non è mai abbastanza, la vita non è mai abbastanza”.