domenica 4 dicembre 2016

C'è tempo

I primi raggi di sole filtravano dalla finestra, avrebbe potuto riaddormentarsi ma non riusciva a riprendere sonno. Quanto tempo era durato quel sogno? Pochi minuti? Pochi secondi? Dicono che in realtà i sogni durino pochissimo, sarà anche vero, ma a lei era sembrato di sognare per un intero giorno.
Rannicchiata nella sua metà di letto, non osava fiatare per paura che quell’estraneo che le dormiva accanto si svegliasse.
E cosa dirgli se l’avesse sorpresa a piangere in silenzio?
Non si sarebbe mossa, avrebbe aspettato il suono della sveglia, lui si sarebbe svegliato e sarebbe andato in bagno, dandole il tempo di vestirsi e preparargli la colazione che lui avrebbe consumato frettolosamente e in silenzio. Lei sarebbe entrata in cucina solo dopo aver sentito la porta del pianerottolo chiudersi.
Sarebbe cominciato così un nuovo giorno per entrambi. Sapevano come evitarsi, come impedire che anche per poco le loro esistenze tornassero a incrociarsi. Anni e anni di esercizi e alla fine c’erano riusciti.
Era guarita dall’amore che aveva provato per lui, quell’amore per cui tutto si era ridotto a niente, quello per cui ora divideva con lui quelle quattro mura di quello squallido paese.

Bella, intelligente, figlia unica di un impiegato e di una maestra, era cresciuta in un bel quartiere, frequentato da gente noiosa e rispettabile. Si era innamorata di lui quando aveva  diciassette anni.
Lui ne aveva all’epoca ventisei e lavoricchiava un po’ovunque. Non riusciva a tenersi un lavoro per più di due mesi, litigava con tutti e non chiedeva mai scusa, sempre in ritardo, sempre pronto a cacciarsi nei guai, divertirsi era l’unica cosa che gli riusciva bene.
Si erano conosciuti nella bottega dove la madre di lei si recava ogni mattina. Un giorno la signora aveva portato con sé la figlia e in pochi minuti si era compiuto il destino di quella famiglia.
Lui, bellissimo e sorridente, le aveva accolte da dietro il bancone, spiegandogli che era stato assunto il giorno prima ed era in prova per due settimane.
Lei non gli aveva tolto gli occhi di dosso.  Del resto, quando si ha quell’età, bastano un sorriso e due occhi come quelli per gettar via le bambole.
Lui lo aveva capito subito, aveva collezionato più donne che lavori e sapeva cosa vuole dire quando una ragazza ti guarda in quel modo.
Così cominciò tutto e non se ne accorse nessuno.
Lei usciva facilmente di casa dicendo che andava a studiare da un’amica, lui non aveva nessuno a cui rendere conto perché era solo al mondo, fatta eccezione per una vecchia zia con cui viveva.
Andavano in giro interi pomeriggi, nascondendosi dalla gente, dalla luce del sole, dalle loro vite così diverse e che per caso si erano incrociate, per poco tempo, credeva lui, per sempre, sognava lei.
Lei sarebbe scappata in capo al mondo per lui, mentre lui credeva di giocare per qualche mese e poi cambiarla, magari insieme al lavoro. La solita storia della fanciulla sedotta e abbandonata, insomma.
Il fatto è che le cose non erano andate in questo modo.
Lei era sbocciata tra le sue mani, tra un bacio e l’altro aveva dato un calcio alla sua vita precedente ed era entrata con prepotenza nella sua. Lui aveva provato diverse volte a lasciarla ma poco dopo si era ritrovato sotto casa sua, pregando che si affacciasse e con una scusa lo raggiungesse di corsa.
Era sbocciata tra le sue mani e lentamente lo aveva stregato, così si era ritrovato a proteggerla da tutto e tutti, ad adorarla come una dea al cui altare sacrificare ogni giorno i giorni che aveva trascorso senza di lei. E mentre quella bambina cresceva, quell’uomo tornava bambino, si affidava completamente a lei e il mondo cominciava a fargli paura.
Li avevano scoperti qualche mese dopo, lei aveva da poco compiuto diciotto anni. 
Tutti e tre nel salotto, sua madre in un angolo che piangeva in silenzio, suo padre che gridava, gesticolando e sbattendo il pugno sulla scrivania e lei, sul divano, che si sforzava di assumere un’espressione dispiaciuta e togliersi dalla faccia quel sorriso trasognato che le nasceva ogni volta che si parlava di lui. Il fatto è che quelle grida, quelle minacce, per lei, in quel momento, avevano solo un significato: non era più un gioco, era tutto vero ora.
Quei giorni di urla e pugni sbattuti si erano conclusi con la sua fuga, in una notte fredda e luminosa, e con un matrimonio, celebrato velocemente in una calda chiesetta di campagna.
I primi mesi erano trascorsi come in una fiaba: avevano vissuto di stenti, eppure si erano sentiti due sovrani. Avevano trascorso intere notti a fantasticare su un futuro fatto di nuvole e che prendeva forma per pochi istanti, poi tornava a sfumare e ad assumere una nuova forma e loro, lì, ancora che ridevano e ne immaginavano un altro, ancora più bello, ché tutto sì può fare quando si è innamorati e si ha una vita davanti.
Avevano cambiato paese, lui aveva trovato un lavoro in una falegnameria ed era riuscito a tenerselo, lei lo aspettava a casa e contava le ore che mancavano per la sera.
I genitori di lei non le avevano più rivolto la parola, l’intero paese li compativa, molti li biasimavano perché se si ha una figlia tanto bella, mica la si può lasciare andare in giro quando vuole! La verità è che se l’erano cercata, una come quella va tenuta a casa altrimenti finisce con la pancia! E chissà quante pance c’erano in giro grazie a quello! Quello un delinquente era! E lei, per carità, i suoi genitori brave persone, ma lei… che il Signore la perdoni… meglio non avere figli, che averne una così!
Il fatto è che simili discorsi, farfugliati e interrotti non appena la povera signora arrivava, l’avevano uccisa giorno dopo giorno. Era morta tra le braccia del marito, rifiutandosi fino all’ultimo istante di vedere la figlia.
Un giorno, mentre lei era appena tornata a casa, era arrivato il telegramma.
La cosa buffa è che lei quella mattina era uscita di casa presto per spedire una lettera ai suoi genitori: aveva scoperto di aspettare un bambino due giorni prima e tutta la gioia di quel momento l’aveva riversata su quella lettera.
«Perdonatemi mamma e papà, so che vi ho fatto soffrire, ho sbagliato a ingannarvi ma ora recupereremo tutto. Sono così felice mamma e papà! Ma non posso esserlo del tutto se voi non lo siete per me, se non lo siamo insieme. Verrò da voi tra due giorni e vi prego di non sbattermi ancora la porta in faccia. Devo parlarvi di una cosa importante che spero cancellerà questi anni di silenzi. Abbiamo tanto tempo per recuperare, per tornare a essere felici».
Quando lui era tornato, l’aveva trovata in uno stato spaventoso. Pallida e sudata, tremava e batteva i denti, si tirava i capelli e gridava parole atroci, incolpando se stessa e quella loro storia maledetta da Dio.
L’aveva calmata, le aveva dato qualcosa per dormire e l’aveva convinta a mettersi a letto. Quando aveva smesso di gridare, aveva preparato in fretta i bagagli per partire il giorno successivo con il primo treno.
Erano giunti in paese nelle prime ore del mattino e si erano fatti spazio tra le anziane signore che li guardavano come fossero due demoni. Lui la sorreggeva, le asciugava la fronte, la incitava a camminare a testa alta, le chiedeva continuamente di cosa avesse bisogno.
Il fatto è che il destino non aveva smesso di accanirsi contro di loro, così giunti davanti alla casa non avevano trovato solo un manifesto, ne avevano trovati due.
Alle due di quella stessa notte i vicini avevano udito uno sparo. Anche il padre le aveva definitivamente chiuso la porta in faccia e non aveva lasciato nulla per lei, non una lettera, non un biglietto. Poco dopo era invece arrivata la lettera che aveva spedito lei il giorno precedente, quella stessa lettera in cui si diceva che c’era ancora tempo per essere felici.
L’ultimo colpo aveva fatto centro: accasciatasi al suolo, aveva perso l’ultima gioia in un’enorme macchia rossa.
Da quel giorno la fiaba era finita. Lei aveva smesso di sorridere, di parlare, di piangere. Una sera, dopo l’ennesima sfuriata di lui che ancora non si rassegnava a quella rabbia muta, lei gli aveva finalmente vomitato addosso ciò che da tempo la torturava:
« Hai ragione, non posso costringerti a vivere con un fantasma che ti disprezza, perché io, mettitelo in testa, ti disprezzo. Non ti amo, credo che incontrarti sia stata la condanna della mia vita. Tu non avevi niente e ti aggrappasti a me che invece avevo tutto e me l’hai strappato. Io ero una bambina e tu mi hai reso un’assassina. Nei tuoi baci il veleno c’era e io l’ho bevuto e poi l’ho sputato addosso alla mia famiglia! Con te non ero felice, smettila di dire che eravamo felici! Con te ero drogata. Tu eri la mia droga e quando ho smesso di usarti, ho visto quello che era rimasto della mia vita. Niente! Niente era rimasto! Solo una pozza di sangue, quella dove hanno trovato mio padre, quella dove è andata l’unica cosa bella che io e te avevamo fatto insieme! Lasciami in pace, sparisci o resta qui, non m’importa, ma smettila di considerarmi nella tua vita».
Queste cose le aveva dette,  guardandolo con odio e stringendo i pugni,  parlava a bassa voce, lentamente, come se le pensasse da una vita intera.
Dopo quella sera lui era andato via di casa ed era tornato dopo diversi giorni. Era sporco, con la barba lunga di diversi giorni e puzzava di alcol, fumo, donne e letti sporchi.
Non si erano detti nulla. La loro vita era andata avanti in questo modo per anni.
Nei primi quattro anni lui spesso dormiva fuori e quando rientrava si chiudeva in bagno e cercava di levarsi di dosso i segni di quel fango in cui sentiva il bisogno di sprofondare per guarire da lei e dalla loro vita insieme che era stata tanto diversa dalle nuvole. Negli anni successivi le fughe notturne finirono e anche lui si arrese a quella rassegnazione muta, a quel rancore sordo.
Non si erano mai separati perché non avevano dove buttare le loro vite, lontano da quella casa non avevano un posto nel mondo che li accogliesse, che li rassicurasse, così restavano lì, due larve in attesa del nulla e deluse da tutto.

Quella notte aveva sognato di trovarsi su uno scoglio viscido e spigoloso, circondato da rocce alte e a strapiombo sul mare. Sdraiata sullo scoglio più grande, indossava quel costume viola scuro che aveva comprato in fretta, in un afoso pomeriggio d’estate. Con la punta dei piedi toccava l’acqua, indecisa se tuffarsi o restare lì ad abbronzarsi; lui, poco distante, le gridava di tuffarsi e, dato che lei non si decideva, le nuotava incontro e cercava di arrampicarsi, ma scivolava continuamente sul muschio. Lei lo guardava e rideva, poi lo aiutava a salire. Era mezzogiorno, il sole bruciava e lei lo prendeva in giro perché, bianco com’era, si sarebbe scottato come un gambero.
Poi non avevano più parlato, l’ombra delle rocce si rifletteva sull’acqua e formava delle grandi chiazze scure, dove invece il sole riusciva a insinuarsi, si formavano specchi di un azzurro intenso che diventavano rossi accanto ai coralli. Erano soli, l’ultima famiglia l’aveva portata via il barcaiolo che aveva accompagnato loro qualche ora prima. In quel punto i faraglioni davano le spalle ad Aci Castello e al mondo intero. C’era pace e bellezza ovunque.
« Ringraziami, ti ho portato in un posto bellissimo. Altro che spiaggia!»
« Hai ragione, è tutto stupendo. Restiamo qui per sempre»
«Restiamo qui fino a quando non ci viene fame, fra poco ci verrà fame sicuramente! Quanto tempo è passato da quando abbiamo mangiato il panino?»
«Non ne ho la più pallida idea»
«Credo che abbiamo un nuovo posto da aggiungere alla lista, merito mio, ringraziami, ti porto sempre in posti bellissimi!»
« Ma che dici! La maggior parte dei posti li ho trovati io!»
«Eh, ma questo vale per cento!»
«Mi prometti che ci torneremo?»
«Ogni anno ci torneremo. Certo quando saremo vecchi non so come faremo ad arrampicarci»
«Li ricorderò per sempre questi momenti, non sono mai stata così felice»
« Anche io. Però forse dovremmo uscire. Abbiamo i brividi, vedi?»
Si erano tuffati nel punto in cui l’acqua era più nera.

Poi si era svegliata. Quello non era solo un sogno, era successo davvero nel luglio di tanti anni prima. Si erano appena sposati e lei aveva insistito per trascorrere una giornata diversa, lontana dal caos delle spiagge catanesi. Era stato il loro primo di giorno di mare, uno dei più belli della sua vita.
Da quanto tempo non sognava? Non erano più ritornati in quel posto. Perché? Era la prima volta che ci pensava, dopo tanti anni. Lo avevano dimenticato, avevano fatto altro, se n’erano ricordati solo ad ottobre e si erano ripromessi di tornarci l’anno successivo. Ma sì, tanto i faraglioni non scappano mica!
«Ogni anno è passato e non ci siamo più tornati. Quel giorno è finito come tutti gli altri e saliti su quella barca ce lo siamo lasciato alle spalle per sempre. Quante cose si dicono pur di non accettare che ogni  momento non torna più, che si può essere felici un momento ma quel momento non può ripetersi più. E se anche ci fossimo tornati, cosa sarebbe cambiato? Credevamo di avere tempo, anche con loro credevo di avere tempo e ho rinviato. Ma non c’era tempo per loro e non c’era per noi ».
Ecco finalmente la sveglia. Stretta tra le coperte, sperava che lui la spegnesse in fretta e andasse nell’altra stanza. Aveva bisogno di non sentirlo vicino, di non pensare che con quell’uomo che le dormiva accanto un giorno era stata nel posto più bello del mondo e che insieme lo avevano tradito non tornandoci più.
Driiinnn driiinnn.
«Non avevamo tempo. O meglio lo avevamo ma non era più il nostro tempo. Eppure, se ora…chissà se quel posto è ancora così bello».
Driiin driiin.
«Ma sì, tornarci, potremmo tornarci, forse…in fondo i faraglioni sono sempre lì, mica vanno via…».
Driiin driiin.
«Oh ma insomma la spegni quella sveglia!».
Da quanto tempo non gli rivolgeva la parola? Se n’era resa conto solo dopo aver gridato. Era bello tornare a prendersela con lui perché non spegneva la sveglia, o arrivava in ritardo, o lasciava i suoi vestiti in giro. Arrivava sempre in ritardo, avevano litigato tante volte per questo motivo, eppure, ora,  non ci pensava più, non se ne accorgeva più! Sarà diventato puntuale? No, impossibile.
Poi capì. Aveva smesso di aspettarlo la sera, di affacciarsi per vederlo arrivare, di sentirlo salire su per le scale, di guardare l’orologio e preoccuparsi per ogni minuto di ritardo. Lui aveva smesso di ritardare perché non c’era più nessuno ad aspettarlo.
Driiin driiiin
Si voltò per spegnere la sveglia sul comodino di lui e involontariamente lo urtò. Non si mosse, restò immobile nella sua metà di letto, gelido.

I faraglioni non vanno mica via, loro no.

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