venerdì 16 dicembre 2016

Eden

                                                             
Era cominciato tutto tre anni fa.
Non cercherò di spiegare ciò che ancora oggi non riesco a capire, mi limiterò a raccontare ciò che avvenne. Avevo all’epoca vent’anni e vivevo, così come oggi, con la zia Giovanna, sorella nubile di mia madre, alla quale sono stata affidata dieci anni fa, dopo la morte dei miei genitori.
Le mie giornate trascorrevano tranquille, spesso monotone, così come del resto era la mia vita di ragazza orfana, timida e priva di sogni nel cassetto.
Mi alzavo presto e aiutavo la zia nei lavori domestici, la accompagnavo nelle visite o al teatro,  nel tempo libero leggevo oppure studiavo il piano. Avevo un’amica, Clara,  che spesso veniva a trovarci con sua madre, vecchia amica della zia.

Cominciò tutto una notte.
Sognai di trovarmi al Viale durante le prime ore del mattino. Lo riconobbi subito, sebbene fosse molto diverso dal posto in cui passeggiavo spesso con la zia. La strada non era asfaltata e odorava di terra bagnata,  era immersa in una nebbia gelida che si mescolava alla polvere alzata di tanto in tanto dal vento.
Avanzavo  inghiottendo polvere, cercavo di ripararmi gli occhi con una mano, mentre con l’altra mi facevo scudo dal vento.
Notai, nonostante la nebbia, che le ville ai bordi della strada non sembravano disabitate e  la vegetazione che solitamente cresce incolta e quasi le stritola, ora sembrava abbracciarle con delicatezza, mentre nei giardini si alternavano piccoli putti in marmo, aiuole curate e alberi centenari.
Dopo pochi minuti il vento cessò e la nebbia svanì lentamente.
Tutto sembrava  immerso in un sonno silenzioso.
Guardai  nuovamente le ville, il mio sguardo si posò  su quei balconcini barocchi e sembrò quasi attraversarli e vagare tra le immense stanze ancora in penombra. Mi figurai  i primi raggi del sole entrare debolmente dalle finestre, illuminare dapprima i pavimenti in pece, per poi risalire alle pareti, agli stucchi, ai quadri per poi raggiungere i letti e diventare sempre più intensa man mano che illuminava il volto di chi dormiva, beato,  tra le calde coperte ricamate.
Ero immersa in questi pensieri quando sentii che facevo fatica a camminare. Mi curvai  e notai, con grande meraviglia, che calzavo degli stivaletti bianchi con tacco basso,  non avevo mai acquistato scarpe del genere, né tantomeno ne avevo mai viste in giro. Ma le scarpe erano nulla rispetto al vestito! Indossavo un elegante vestito azzurro, stretto, anzi strettissimo in vita, largo sulle gambe e  lungo fin quasi alle caviglie. 
Sentivo i capelli tirarmi sulla nuca, così vi passai una mano sopra e poi entrambe per qualche secondo. Non riuscivo a credere alle mie dita!  Avevo i capelli raccolti in una grande acconciatura piena di nastrini e da cui partivano due lunghi boccoli che mi arrivavano  alle spalle.
Non mi ero accorta di trovarmi in mezzo alla strada. Stavo ancora riflettendo sul perché fossi vestita in modo tanto bizzarro, quando mi giunse da dietro  il nitrito di un cavallo. Correndo mi spostai ai bordi della strada, appena in tempo per non restare schiacciata. Il sole mi abbagliava e inizialmente non mi fu chiaro cosa avessi di fronte, sembrava uno scrigno d’oro avvolto in una nube di polvere. Non avevo mai visto una carrozza  e ora a pochi metri da me eccone una che avanzava, sussultando leggermente ad ogni piccola pietra. 
Quando la carrozza scomparve ricominciai a guardarmi attorno. Quella che vedevo non era semplicemente la mia stessa città in un’altra epoca, era la mia città come l’avevo  immaginata tante volte.
Devo ammettere che fin da bambina sono stata stregata dal passato, spesso provavo quasi rabbia per essere arrivata troppo tardi. Divoravo decine di romanzi  del secolo scorso, cercavo di coglierne la vita di chi li aveva scritti. Perché? Ma per il semplice fatto che anche lui era passato, morto e non esisteva più così come i personaggi dei suoi romanzi!
Il sole era ormai alto quando, sulla soglia di una villa, notai la sagoma di un uomo che con la mano mi faceva segno di avvicinarmi. Inizialmente pensai che si stesse  rivolgendo a qualcuno alle mie spalle, ma c’ero solo io.
Mi avvicinai e lui  fece lo stesso, fissandomi e sorridendomi quando giunse a pochi metri di distanza.
«Mi permetta di presentarmi signorina, avete di fronte  il conte Riccardo Vinciguerra».
Dovevo essere davvero buffa in quel momento. Lo fissavo con due occhi da pesce lesso e non riuscivo ad articolare neanche una parola di senso compiuto. Era a pochi centimetri da me eppure della sua voce mi sembrava di cogliere solo l’eco. Nei primi momenti non riuscivo a distinguere neanche le parole, pur trattandosi della mia stessa lingua.
Ricordo che non mi accorsi subito della sua bellezza,  non perché quel giorno egli fosse meno bello dei giorni che seguirono, semplicemente avevo perso ogni capacità di giudizio.
Era alto, in quel momento mi sembrò quasi un gigante, con spalle larghe, ma di corporatura media. Aveva una carnagione delicata, una pelle luminosa e chiarissima, come se il sole si fosse rifiutato perfino di sfiorarlo, eppure non aveva  un aspetto malaticcio, quel candore  sembrava illuminarlo e si sommava all’eleganza dei suoi gesti, al modo in cui muoveva le labbra e alla sua voce calda e quasi roca. Aveva capelli  folti e chiari che in parte gli coprivano la fronte e occhi chiarissimi, grandi e appena socchiusi.
Sembrava un bambino per la delicatezza dei lineamenti, eppure accanto a lui mi sentivo tanto piccola e…bella. C’era qualcosa nel modo in cui mi guardava che mi annullò, o meglio annullò quel fantoccio che da sempre frapponevo tra me e il mondo. Farfugliai qualcosa, non ricordo cosa e cominciammo a parlare.
Credo parlammo di letteratura, di teatro e di musica. Tutto ciò non mi trovò impreparata, essendo io avida lettrice di romanzi scritti in quegli anni. Ma quali anni? Dai suoi discorsi capii che dovevamo trovarci nella seconda metà dell’Ottocento.
Non so quanto tempo trascorse, forse pochi minuti, forse intere ore, so solo che restammo lì sulla soglia della sua villa, che mi spiegò essere stata costruita da poco, a parlare di tutto.
«Teresa svegliati, è tardi!».
Terminò così quello strano sogno, con mia zia che mi svegliò e mi disse che la colazione era  pronta.
Quel giorno trascorse lentamente e fu per me una tortura. Ero stanca e incapace di concentrarmi, in preda a un turbamento che non avevo mai conosciuto, impaziente di qualcosa che sentivo consumarmi. Passeggiavo nervosamente, poi tornavo a letto, provavo a leggere e poi mi rialzavo e ricominciavo a camminare.
Il suo viso già svaniva, eppure non riuscivo a distogliere la mente dal nostro incontro, quegli odori, quella voce, le sensazioni che avevo provato non svanivano.
Mi assalirono i brividi, la zia se ne accorse e mi misurò la temperatura. Avevo la febbre, così tornai a letto e dopo pochi minuti mi addormentai.
Mi svegliai nuovamente su quel viale: un’ altra giornata era cominciata nella Catania di fine secolo e nuovamente io camminavo, tra polvere ed eleganti carrozze,  nei miei stivaletti bianchi e neri, stretta in quel corpetto, sollevando la gonna con le mani inguantate.
A differenza della prima volta stavolta sapevo la mia destinazione e poco passò che mi ritrovai davanti al cancello della villa.
Riccardo mi raggiunse poco dopo e, data l’afa insopportabile di quel giorno, mi convinse a sedere sotto uno dei tanti alberi del parco.
Non avevo mai parlato a lungo con un ragazzo. Ho già detto di come le mie giornate trascorressero lente, noiose e in quasi totale solitudine.. Raramente avevo avuto occasione di confrontarmi con qualche mio coetaneo e quasi mai avevo trovato degli argomenti che mi entusiasmassero o che mi facessero desiderare di continuare  la conversazione.
Con Riccardo  era diverso. Noi parlavamo e ci capivamo.  Capivamo ogni parola prima che fosse pronunciata, la conoscevamo dalla sua nascita, da quando era solo un pensiero che si agitava nella mente.
Ci  sfogliavamo e ci leggevamo trovando nell’altro esattamente ciò che era scritto in noi e non ci stancavamo di sfogliarci, di annusarci e di voltare ancora pagina.
Cominciai a non chiedermi più cosa stesse succedendo, chi era lui, chi eravamo noi e cosa fosse quel giardino. Fuori da lì non esisteva più  nulla.  Nessuno può capire cosa provavo in quei momenti, forse solo due persone potrebbero, le uniche due a cui fu concesso di essere felici così come lo eravamo noi.
Anche noi, nudi da ogni colpa e paura, sedevamo sotto un albero, anche noi ignari del tempo e dello spazio, di serpenti e frutti proibiti.
«Teresa c’è il dottore. Apri gli occhi, dobbiamo misurare la febbre».
«Zia sto bene, ho solo bisogno di dormire».
«Non si preoccupi signora è solo un’influenza. Lasciamola riposare e le somministri due volte al giorno le pillole che le ho prescritto».
«Va bene dottore, grazie».
Trascorsero così i giorni e continuarono le mie due vite. La febbre passò ma continuai, appena mi addormentavo, a tornare in quel giardino. Non volli più seguire la zia nelle sue passeggiate al viale, non sopportavo l’idea di vedere ciò che restava di quel giardino, mi sarebbe sembrato di tradire Riccardo tornando in quel posto senza di lui.
Ciò sembrerà folle, me ne rendo conto, ma il fatto è che avevo smesso di chiedermi il perché di quei sogni. Forse avevo smesso di considerarli dei sogni. Cosa sono i sogni? Dei surrogati della vera vita, quello avevo creduto fino a quel momento. Ora tutto aveva perso consistenza, ogni certezza era sfumata.
Qual era la mia vera vita? Quella fatta di giorni che scivolavano via impercettibili, lenti e sempre uguali o quella che mi si schiantava addosso, con violenza, imprevedibile e meravigliosa, quella in cui il tempo cessava di esistere e un minuto non valeva meno di un’intera esistenza? E  Riccardo chi era? Anche lui un surrogato? Un’allucinazione? Allora perché trascorrevo le ore che la veglia mi teneva lontana da lui a sentirne il profumo e il suono della voce? Questo non accade con i sogni! I sogni svaniscono, si dimenticano, lui invece era presente in modo quasi ossessivo nei miei sensi e nei miei pensieri.
Cominciai invece a dimenticare tutto il resto. Capitava spesso che la zia mi chiedesse di fare qualcosa di cui avevamo parlato poche ore prima, oppure mi chiedesse un parere su qualcosa successo nei giorni precedenti e io non ricordavo assolutamente nulla!
Uscivo sempre più raramente, il presente mi dava fastidio, mi sentivo prigioniera di un mondo che non avevo scelto. Ero uno spettro in quel mondo. Così come gli spettri io non vivevo una mia vita, mi trovavo lì e basta. Non avevo fame, freddo, voglia di divertirmi e di prendere una boccata d’aria. Spesso non volevo più allontanarmi dal mio letto.


Avevamo inciso i nostri nomi sulla quercia nel retro della villa. Un gesto che mi sarebbe apparso ridicolo nella mia vita da sveglia, magari anche scontato, eppure in quel momento mi sembrò di partecipare a un rito magico.
Non fu un gesto dettato solo da infantili sentimenti da innamorati. C’era dell’altro e lo sapevamo entrambi, anche se non lo avremmo mai ammesso. Non so dire quando e come ma  qualcosa si era insinuato lentamente nel nostro giardino. Il tempo! Anche lui aveva varcato quel cancello e ora ci strisciava addosso, ci mordeva, ci avvelenava lentamente il sangue.
« Per sempre» lo avevamo scritto per scongiurare quello che ora sapevamo  non poter evitare.
Il “per sempre” non esiste senza il tempo, esso sarebbe allora solo presente, sarebbe solo «qui e ora» che poi è lo stesso di « ieri e domani e mille anni».  Così, su quella vecchia quercia, cercammo la conferma che ci saremmo stati anche in un domani che non era più il nostro « qui e ora».
Poi cominciarono i discorsi di Riccardo. Disse che si sentiva vivo solo quando era con me,  me lo disse a testa bassa, urlando e serrando i pugni. Piangeva, lo so, ma voleva nascondermelo. Un giorno, afferrandomi le mani e stringendole con forza tra le sue, mi confessò che lontano da me gli sembrava di scomparire, di non sentire più nulla.
« Ho paura, sai? Ci sei tu e ci sono io, ma se non ci sei tu, se non ci siamo noi, io non ci sono più. Riesci a capirlo? Non lasciarmi più da solo, giurami che non lo farai!».
Queste cose cominciò a dirmele con sempre più insistenza e io so perché le diceva.
Più la sua vita svaniva e la sua coscienza si annebbiava, più la mia tornava lucida e quel giardino ai miei occhi sbiadiva. Il mondo fuori da quel cancello non cessava di esistere. Quel giardino era diventato il mio surrogato e lui lo sapeva e cessava di vivere lentamente, per me, per lui, per noi.
Trascorsero delle settimane e nonostante desiderassi con tutte le mie forze rivederlo, i miei sogni erano ormai privi di immagini. Erano solo un lungo sonno ,nero,  incosciente, muto.

Era domenica mattina, non vedevo Riccardo da un mese e avevo deciso di accontentare la zia che mi supplicava di uscire di casa e di tornare alla mia vita di prima.
Ci avviamo per il viale. Tenevo gli occhi bassi, mi rifiutavo di sollevare lo sguardo.
«Giovanna, che piacere vederti!» Di fronte a noi c’era una cara amica della zia che non vedevamo da diverse settimane, così loro due cominciarono a parlare.  Io dopo qualche minuto dissi che mi sentivo poco bene e che preferivo tornare un po’ prima a casa. Riuscii a convincere la zia e mi avviai, quasi meccanicamente, verso la villa.
Alzai lo sguardo solo quando giunsi davanti al cancello.  Tutto cominciò a tremare e diluirsi mentre mi strofinavo gli occhi per smettere di piangere.
Avevo riconosciuto la facciata della villa, era annerita e invasa dai muschi, gli odori erano rimasti immutati, erano solo più attenuati, mentre degli scuri cespugli incolti  avevano preso il posto delle aiuole che c’erano all’ingresso.
Davanti al portone qualcuno mi fissava con le mani in tasca e un’espressione divertita sul viso. Mi avvicinai.
«Buon giorno, posso esserle utile signorina?».
Era un bell’uomo sulla cinquantina, alto e molto magro.
«Mi scusi, stavo guardando la facciata della villa e…devo andare. Buona giornata».
«Ho capito! Ho capito! Lei deve sposarsi ed è alla ricerca di una sala in cui festeggiare. Siete tutte così voi quasi sposine!».
«Le assicuro che si sbaglia. Non devo sposarmi e non cerco nessuna sala da ricevimento. Scusi se glielo chiedo, lei è il proprietario?»
«Ho capito! Deve essere un’appassionata di storia. Sì, sono l’unico erede ».
«Diciamo che più o meno sono un’appassionata di storia».
«Solitamente organizzo delle visite guidate all’interno delle stanze e del parco. La maggior parte delle stanze sono chiuse al pubblico ma alcune è possibile vederle. Stavo aspettando una coppia di fidanzati per parlare del ricevimento di nozze ma credo proprio che mi abbia dato buca. Le va di fare un giro del palazzo?  Credo di avere anche il tempo di raccontarle qualche aneddoto sui miei ‘parenti’. Sa, sono anch’io un appassionato di storia ed è per questo che ho evitato di ristrutturare alcune stanze. Non sa che dispiacere mi sono preso per il parco… ma prego entri, le racconterò alcune cose».
Lo seguii senza pensarci e fu così che per la prima volta varcai quel portone. Le pareti conservavano in alcune stanze la carta da parati floreale che doveva risalire a molte decine di anni prima ed erano piene di ritratti ovunque. I pavimenti erano in pece e i lampadari, enormi, in cristallo. C’erano molti divani rossi e verdi e mobili in legno scuro coperti da centrini e porcellane.
Eravamo giunti all’ultima stanza, la porta era ancora chiusa ma ne proveniva un odore forte di muffa che mi diede la nausea. C’era caldo, tutte le finestre erano serrate e coperte da pesanti tende impolverate. Mi asciugai la fronte e legai i capelli, facevo fatica a respirare.
Il mio accompagnatore se ne accorse e con un sorriso mi porse il braccio:
« Mia cara ragazza siamo giunti all’ultima stanza, quindi le consiglierei di fare un ultimo sforzo. Fa parecchio caldo oggi e in queste stanze si ha la sensazione di soffocare, ma a breve le mostrerò il parco e vedrà che si sentirà meglio».
Spalancò la porta e io lo seguii dentro. La stanza era in penombra quindi in un primo momento non riuscii a distinguere bene gli oggetti.
Quando cominciai ad abituarmi alla poca luce che filtrava dalla tenda, notai un elegante letto a baldacchino con accanto un comodino sul quale c’era un vecchio taccuino blu.
Lo osservai per qualche secondo: sembrava abbandonato lì da secoli, se ne stava lì, muto, in attesa di accogliere le confidenze del suo proprietario, non sapeva che le sue pagine sarebbero rimaste bianche e, fedele, attendeva quelle mani, quell’inchiostro che avrebbe chiuso per sempre il racconto e dato un senso a tutto.
Sotto la finestra c’era una piccola scrivania, mentre la parete di fronte era occupata da un grande armadio.
«Questa stanza è appartenuta a un mio z…Scusa un attimo. Pronto! Sì, arrivo subito».
Mi voltai e osservai meglio il mio accompagnatore. Aveva molti capelli, curati e brizzolati, li portava lunghi tanto che spesso un ciuffo gli ricadeva su un occhio e lui in continuazione lo riportava indietro con noncuranza. Sorrideva in continuazione, forse per mettere in evidenza i denti bianchissimi e perfetti, mentre gli occhi, piccoli e azzurrissimi, in quella penombra, sembravano brillare come quelli di un gatto. Indossava una camicia di lino, bianca e aperta sul petto e camminava con passo sicuro, lasciandosi dietro una forte scia di profumo. Aveva uno strano accento e un modo di parlare affabile e affascinante. Si vedeva che era abituato a trattare con la gente, che conosceva il mondo e se ne andava sicuro ovunque volesse.
«Mi scusi signorina, è arrivata quella coppia di cui le parlavo. Se preferisce può aspettarmi giù, oppure può restare qui. Impiegherò non più di dieci minuti».
«La aspetto qui, non si preoccupi».
Non appena fui sola mi avvicinai titubante al comodino e afferrai il taccuino. Casualmente lo aprii sull’ultima pagina che era stata scritta e riconobbi immediatamente la grafia «Veglio e non vivo, sogno e non vivo, eppure da qualche parte io, lei noi, dobbiamo vivere ancora».
Mi lasciai cadere sul letto impolverato che scricchiolò stancamente sotto il mio peso. 
Rimasi immobile per non so quanto tempo, non sentivo più nulla, solo fissavo una mattonella e l’unica cosa che riuscivo a pensare era il perché essa fosse più chiara delle altre. Non è strano? Sentivo la morte seduta accanto a me su quel letto, sentivo il letto scricchiolare ai suoi movimenti, la sentivo alitarmi sul collo come un tempo aveva fatto lui, avevo voglia di gridare, scappare e piangere, gettarmi giù dalla finestra per scappare prima da quelle stanze che puzzavano di morte anch’esse, eppure l’unica cosa che  pensavo era al perché quella mattonella fosse più chiara. Ci sono dei momenti in si spalanca sotto una voragine, così, pur di non cadere, ci si afferra al primo appiglio che ci si trova accanto. Quella mattonella era il mio appiglio.
«Signorina, Teresa ha detto che si chiama, no? Si sente male? Scusi se sono stato via così tanto tempo!».
« Perché è più…Mi scusi, sì, sto bene, sono solo un po’ stanca. Mi stava raccontando di questa stanza».
« Sì certo, guardi le mostro a chi appartenne. Lo tengo nell’armadio perché temo che la luce possa danneggiarlo. Eccolo».
Tirò fuori un ritratto di grandi dimensioni. Riccardo, la sua mummia era di nuovo di fronte a me!
Quel viso non aveva nulla a che vedere con il Riccardo del giardino. Fu in quel momento che conobbi  un altro Riccardo, uno a cui non avevo mai pensato. E mi sembrò di vederlo, posso giurare che mi sembrò di vederlo davvero! Rividi un ragazzo, chino su quella scrivania, intento a scrivere sul suo taccuino blu, lo vidi camminare e poi accasciarsi per il dolore, lo vidi sudare su quel letto e diventare cadavere, raffreddarsi e indurirsi. Ecco, questo era il Riccardo della tela, quello fuori dal giardino. Quello che c’era lì dentro non ci apparteneva.
« Questa è decisamente la storia che i turisti preferiscono. Il contino Riccardo Vinciguerra fu un mio lontano zio vissuto nella seconda metà dell’Ottocento. Come può ben vedere doveva essere molto bello e dicono anche sia stato molto intelligente, amante della letteratura e della musica. Morì nel 1880 a soli ventidue anni».
« Come? Come morì?»
« Questa è la parte più interessante della storia. Impazzì, così dissero i dottori. Il suo era una sorta di delirio che lo colpiva a tutte le ore del giorno e della notte. Cominciò con una semplice febbre ma da quel momento lentamente si staccò dalla vita. Ci fu chi raccontò che spesso parlava da solo e sorrideva al nulla, seduto sotto gli alberi del giardino. Poi smise  di recarsi al parco e si chiuse in questa stanza.  Restò a letto diversi mesi e si lasciò lentamente morire. I medici sostenevano che fosse sano come un pesce, eppure moriva».
Ero troppo sconvolta per poter restare ancora in quel posto, quindi feci uno sforzo enorme per riuscire a tirar fuori un filo di voce e chiesi al mio accompagnatore di accompagnarmi verso l'uscita.
Gli dissi che sarei passata un’altra volta per visitare il parco.
«Temo che possa essere troppo tardi Teresa. Vede questi alberi? Sono qui da tantissimi anni eppure ora sono costretto a farli abbattere, alcuni li hanno già abbattuti. Le radici stanno intaccando le fondamenta della villa. Purtroppo non c’è altro da fare».
«Capisco» fu l’unica parola che riuscì a dire. Lo salutai frettolosamente e mi avviai verso l’uscita cercando di non inciampare tra rovi, rami e foglie secche.
Ero giunta sulla soglia quando il mio piede urtò contro qualcosa.
Mi abbassai per guardare, tra alcune foglie rossastre e accartocciate sporgeva un frammento di legno. Lo colsi, si distingueva ancora:
                                                      « per sempre
                                                             R e T»




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