mercoledì 18 ottobre 2017

Mi sono svegliata

Come fui sul sedile accanto a Silvestro, nascosi il volto sul braccio, contro lo schienale. E dissi a Silvestro: — Senti. Non mi va di vedere Procida mentre s’allontana, e si confonde, diventa come una cosa grigia... Preferisco fingere che non sia esistita. Perciò, fino al momento che non se ne vede più niente, sarà meglio ch’io non guardi là. Tu avvisami, a quel momento. 
E rimasi col viso sul braccio, quasi in un malore senza nessun pensiero, finché Silvestro mi scosse con delicatezza, e mi disse: 
— Arturo, su, puoi svegliarti. 
Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L’isola non si vedeva più. 

Termina così uno dei romanzi che ho amato di più, L'isola di Arturo di Elsa Morante. 
Una volta, durante una lezione universitaria che sarebbe diventata poi una lezione di vita, un professore ci disse che i grandi scrittori sono quelli che ci parlano ancora e di cui riusciamo a risentire la voce, pur non avendola mai conosciuta. E fu così che da quel giorno imparai ad ascoltare le loro voci e portarle sempre con me, anche quando il romanzo era finito ed era il momento di vivere la vita vera.
La voce di Elsa Morante, ad esempio, non mi ha lasciato più. La riascolto ogni volta che torna un ricordo da un tempo lontano, troppo lontano per volerlo ascoltare.
Il fatto è che su quell'isola ci siamo stati più o meno tutti. Ci siamo stati quando i nostri sogni erano ricchi solo di favole che poco prima di dormire ci aveva raccontato la mamma, quando non c'era la morte ma solo nuvole piene di angeli, quando il nostro mondo finiva in un cortile alberato.
Poi, un bel giorno, ce ne siamo andati. 

"Fai ancora i castelli di sabbia? Non sei troppo grande per giocare con la sabbia?". "Mia mamma non è andata da Gesù, è morta. Io non ho più una mamma, tu sì, quindi non parlarmi". "Non è vero che i peli cadono da soli, devi fare la ceretta". 
Ecco, più o meno è stato così che ho levato l'ancora. 
Io però non me ne sono accorta, gli occhi li avevo chiusi, e quando Silvestro mi ha svegliata, la mia isola non c'era più, ed era giusto così.
Non che il viaggio sia stato infelice; di isole ne ho incontrate tante, e ognuna ha avuto un tesoro nascosto da scoprire. Sono arrivati i primi amici, prima quelli che ho dimenticato, poi tutti gli altri, buoni o cattivi, ma comunque compagni di viaggio; sono arrivati i primi amori, tutti destinati a finire, per fortuna; sono arrivati i primi giorni di scuola, i primi giri in motorino, i primi viaggi; e poi, finalmente, le amicizie eterne, il vero amore, le grandi risposte attese da sempre.
Forse valeva la pena dimenticare quell'isola.

Io la mia l'avevo dimenticata; sapevo di custodirla da qualche parte, ma non ne ricordavo più i colori, le voci, i pensieri. 
Sarò un'insegnante; così dicono e mi voglio fidare. Un giorno forse mi chiameranno "prof" e mi staranno ad ascoltare mentre racconterò quello che per anni ho studiato e imparato.
Sarò un'adulta, in mezzo a piccoli adulti che hanno da poco levato l'ancora. 
Io non lo so se è davvero quello che voglio fare; le "certezze assolute", così come Arturo, le ho lasciate nella mia isola, ma ho voglia di scoprirlo, magari un giorno non troppo vicino.

In questi giorni, inaspettatamente, ho conosciuto una nuova isola.  Qui non sono adulta, non sono una prof. e non racconto quello che ho studiato negli ultimi anni. Per parlare con loro, i bambini che da qualche giorno sono entrati nella mia vita, non faccio appello a conoscenze astruse e letture incantate. Per parlare con loro devo essere una di loro. 
Non credevo di esserne capace: so da tempo cosa vuol dire Mesopotamia, che i primi ad abitarla furono i Sumeri, che in inglese le domande richiedono prima il verbo e dopo il soggetto. Non ho studiato per insegnare queste cose e le sto riesumando tra i ricordi più remoti, che per fortuna spesso ritornano intatti.

Sono diventata una di loro: l'ho capito da come mi abbracciano e mi ascoltano incantati quando lascio da parte quello che so e gli spiego come l'ho imparato; quando rido insieme a loro perché, guardandola da quella prospettiva, la vita è tutta un gioco, e val la pena saperci giocare.
So già che finirà: questo non è un primo amore, né la mia isola da cui mi sono allontanata da tempo; è la loro, e per un po' mi hanno chiesto di restare.

Oggi in classe sono morti due pesci; io ho riso, ma poi ho guardato quei bambini. Per loro era davvero un dolore, mentre io, che di pesci ne avevo visti morire tanti, non provavo nulla, a parte la preoccupazione che smettessero di studiare. Poi mi sono ricordata del mio primo lutto per il pesce rosso che mi avevano comprato durante una fiera; allora mi sono tolta quel sorriso vissuto e gli ho parlato dei miei pesci e della mia tartaruga. 
Sono diventata come loro, mi hanno ascoltata, e poco dopo sono tornati a studiare.

La voce della mia amata scrittrice è tornata a parlare: "Fuori del limbo non v'è eliso". Ha ragione.
Quel paradiso non torna, non quello in cui si è tutti uguali, quello in cui mamma e papà vengono a prenderti in un cortile alberato, ancora giovani e pronti a difenderti dal mondo intero. 
Quello non torna, ma ce ne sono tanti altri. Il mio, al momento, è questo qui: trascorrere le mie giornate sulla loro isola, vederli correre incontro alle loro giovani mamme e papà e poi scorgere, tra gli alberi del cortile, il mio vero amore seduto lì, perché oggi ha voluto farmi una sorpresa e sbirciare in quell'angolo incantato che da qualche giorno mi illumina il viso.

Ora posso svegliarmi, la mia isola si vede ancora, e va bene così.




lunedì 2 ottobre 2017

Cari lettori, torno sempre dove sono stata bene.

In questi giorni sono passata poco da qui, pur sentendone un po' la nostalgia.
C'è dell'altro che al momento mi trattiene dall'altra parte, e sto cercando di afferrarlo prima che scappi via, così com'è arrivato.
Lui invece, il mio angolo, se ne sta sempre qui, e so che mi aspetta perché è certo del mio ritorno.
Mi sono mancati un po' anche i lettori del blog; non mi piace sparire e non lo faccio mai, al massimo mi prendo una pausa, ma poi torno sempre dove sono stata bene.
Voi però magari non lo sapete, e dunque eccomi qui a raccontarvi qualcosa che mi ha fatto pensare un po' anche a voi. 

Stamattina sono tornata nella casa in cui sono cresciuta; lo faccio di tanto in tanto perché lì ho lasciato delle persone a cui voglio bene: gente ormai anziana, stanca e malata. Suono il campanello e sto lì ad aspettare che qualcuno riesca lentamente ad arrivare alla porta; busso due, tre volte e sto lì ad aspettare che qualcuno senta il campanello suonare.
Poi, quando le sento arrivare, mi metto in bocca un bel sorriso e gli dico che le trovo bene, addirittura più in forma della volta precedente; so che quelle bugie le rendono felici e forse, se riesco a convincerle, staranno meglio davvero.
Mi dicono che sono speciale perché torno ancora lì, dove ormai regna solo silenzio e stanchezza, per andare da loro, nonostante la mia vita giovane e allegra proceda ormai su altri binari, su altre città. 
E invece non c'è niente di speciale: torno sempre dove ho lasciato qualcosa che mi ha reso felice, torno e racconto qualche bugia con il sorriso.
"Ti trovo meglio dell'altra volta. Vedi? A poco a poco ti stai riprendendo".
Questo è il mio atto d'amore per loro, che per un bel pezzo di viaggio hanno camminato sui miei stessi binari e sono stati la mia casa, la mia città.

E dunque sono tornata anche qui, dove sto bene e amo parlare con voi, lettori del mio piccolo blog. Sono tornata per pochi minuti solo per dirvi che non sono scomparsa, che tornerò a leggervi e scrivervi quanto prima. Questa non è una bugia, ma ve la dico comunque con un sorriso.
A presto:-)



lunedì 11 settembre 2017

Recensione "I giorni dell'abbandono" di Elena Ferrante (no spoiler)

Bentornati cari lettori!
In questi giorni ho deciso di aprire una nuova rubrica nel mio blog e di dedicarla esclusivamente alle recensioni letterarie. Lo so, in passato ho confessato come il tipo di lettura che preferisco sia quello totale e incondizionato, quello che in qualche modo si confonde con la vita.
Invece oggi, dopo aver chiuso questo romanzo, ho deciso di creare un nuovo spazio in cui raccontare  le letture che, per un motivo o per un altro, non hanno dato origine alle "intermittenze del cuore", per dirla alla Proust. Insomma, qui manterrò la giusta distanza tra le pagine scritte e quelle che vivo.

Cominciamo con I giorni dell'abbandono di Elena Ferrante. Si tratta del primo romanzo che leggo di questa autrice. Mi era stato consigliato di cominciare da L'amica geniale, ma infine ho optato per questo e ho rimandato la lettura di quello a un secondo momento.


Autore: Elena Ferrante
Titolo: I giorni dell'abbandono
Editore: E/O
Anno pubblicazione: 2002
Pagine: 211


Trama:
La protagonista del romanzo è Olga, una donna napoletana di 38 anni, madre di due figli e moglie devota di Mario. Per lui ha rinunciato alla propria carriera di scrittrice, alla città natale e a ogni ambizione giovanile. Ha messo da parte se stessa e ha seguito il suo uomo in giro per il mondo, fino a Torino, città in cui è ambientata la vicenda. Un tranquillo pomeriggio di aprile, improvvisamente, lui la lascia e abbandona immediatamente la casa. Incredula, Olga incassa il colpo in silenzio, non cede, mantiene il controllo, razionalizza. Del resto è abituata ad essere paziente, accomodante, comprensiva. Rimasta sola, comincia a ricordare episodi del passato: riaffiorano i brandelli di vita condivisi con il marito e quelli in cui, da bambina, aveva assistito al dolore di una donna napoletana tradita, abbandonata e morta suicida. Gli eventi precipitano velocemente e Mario non si decide a tornare. Offesa e umiliata, Olga si spezza e diventa volgare, isterica, anaffettiva con i bambini, incapace di svolgere le più semplici attività quotidiane.
Spettatore silenzioso di questi fatti è Carrano, il solitario e misterioso vicino di casa...

Recensione:
I giorni dell'abbandono è il resoconto di un viaggio all'inferno. Olga è violentemente privata della sua corazza di certezze e perbenismo e si mostra nuda al lettore, ma soprattutto a se stessa. L'intero romanzo è costituito dal lungo monologo della protagonista che ripercorre le tappe più significative della propria esistenza. Tutto è filtrato attraverso il suo sguardo allucinato: man mano che procede la narrazione la realtà si deforma, perde colore e consistenza; il tempo si dilata e lo spazio diventa asfittico e perturbante.
La rapida discesa verso l'oblio conduce alla terribile giornata che occupa la maggior parte della narrazione. 
"Quando riaprii gli occhi, cinque ore dopo, alle sette di sabato 4 agosto, feci fatica a ritrovarmi. Stava per cominciare la giornata più dura della mia vicenda di abbandono, ma ancora non lo sapevo."
In queste pagine la Ferrante ha dato vita a un palcoscenico dell'orrore. La definitiva perdita di controllo da parte di Olga si consuma dietro un cespuglio del parco: incapace di trattenere i propri rifiuti organici, metafora del macigno doloroso che da giorni si porta dentro, ella soddisfa i propri bisogni fisiologici al pari di una bestia. Da questo momento prendono vita tutti i fantasmi morbosi che si agitavano nella sua coscienza oltraggiata; come ella stessa avrà modo di dire qualche pagina dopo:
"Ora so cos'è un vuoto di senso e cosa succede se riesci a tornare in superficie."
La Ferrante ha trascinato i suoi lettori nelle viscere della disperazione umana; lì dove anche l'amore materno, il più grande che possa esistere, cessa di fronte all'egoismo che reca con sé il dolore.
Olga tornerà in superficie ma non sarà più la stessa. E non sarà più lo stesso neanche il lettore. Una volta salvo, esso si chiederà se un'esperienza del genere possa verificarsi anche nella propria ordinata e "quieta" esistenza. Si volterà ad osservare quel disgustoso personaggio con cui ha compiuto il tuffo all'inferno e proverà sentimenti spesso contrastanti.  
                                                                
Opinioni personali:
Da parte mia, ho odiato Olga. Certamente è un personaggio ben costruito: è resa al lettore frammento per frammento, aggiungendo tasselli del passato a quelli del presente. La Ferrante non ci nasconde nulla, ce ne svela ogni pulsione, la umilia fino a renderla una bestia. A rendermela odiosa è stata la sua ossessione per il marito. Sia chiaro: non la condanno; ma mi chiedo se sia davvero possibile pensare solo al proprio dolore quando si ha un figlio che giace su un letto in gravi condizioni. A mio parere, ella è l'unica antagonista del romanzo, forse ancor più della giovane e perfida Carla; infatti se questa ha sedotto un uomo sposato, quella ha illuso e umiliato un povero uomo che la rispettava e venerava da tempo. Insomma: Carla agisce per amore, Olga per odio. E l'amore rende tutto immacolato, cancella la colpa, diviene bellezza; l'odio invece corrompe, sporca, umilia. Olga è nemica di se stessa, ma soprattutto è nemica del lettore.
Se è di sporcizia che si parla, un accenno va fatto allo stile. Questo romanzo mi ha lasciato una sensazione di colpa e ribrezzo addosso: non ho gradito il linguaggio esageratamente osceno della protagonista. Pur apprezzando la scelta dell'autrice di riflettere sul lessico il crollo psicologico della donna, non ne ho condiviso l'uso smodato che ha reso alcuni brani disgustosi e ha danneggiato irrimediabilmente l'impianto lirico del testo.
Più piacevole è risultata la lettura della seconda parte del romanzo; qui lo stile subisce un timido innalzamento, fino ad assestarsi definitivamente: scompaiono i fastidiosi infiniti disseminati tra le cascate di pensieri contorti, le oscenità che insozzavano i pensieri e le pagine della donna; i pensieri si dilatano, le immagini si addolciscono. 
Il personaggio che ho preferito è di gran lunga quello del signor Carrano. Una volta giunta alla conclusione, ho riletto tutte le descrizioni che gli vengono dedicate e mi è sembrato di assistere a una vera e propria metamorfosi: il musicista curvo, dalle gambe lunghe e la lingua ruvida, che inizialmente trascinava con sé la torbida esistenza di cinquantenne solo e privo di un posto nel mondo, gradualmente cambia pelle. L'autrice ci introduce nel suo mondo, che si trovava sempre lì, qualche metro sotto l'inferno; è un mondo paziente, umile, sincero e "quieto" come quei giorni genuini che accadono frequentemente nelle nostre vite, ma che passano inosservati a causa delle tempeste del disinganno.
In conclusione: è un romanzo aggressivo, che graffia il lettore sbattendogli in faccia lo squallore di una vita che sembra decomporsi. 
Mi è piaciuto ma, come avrete ormai capito, non mi ha stregata. Nessuna "intermittenza del cuore", insomma. 


mercoledì 6 settembre 2017

LIEBSTER AWARD 2017

LIEBSTER AWARD 2017

Ciao lettori,
oggi sono davvero felice perché sono stata nominata al Liebster Award 2017.
Devo ringraziare Erica, la mia blogger preferita (non me ne vogliano gli altri), che nel suo angolino 
è riuscita a creare un cantuccio di vita e poesia. 

Prima di rispondere alle sue domande vi ricordo le regole fondamentali (io stessa non le conoscevo, essendo questa la mia prima esperienza):
  1. Ringraziare la persona da cui si è ricevuto il premio e rispondere alle sue undici domande.
  2. Segnalare altri undici blogger ritenuti meritevoli e che abbiano meno di 200 followers.
  3. Comunicare la premiazione ai vincitori.
  4. Proporre le tue undici domande.


Ora è arrivato il mio turno. Ecco le mie risposte alle domande di Erica...


Racconta e descrivi la cosa più assurda che hai mai pensato o immaginato.
Quando sono stanca o fatico ad addormentarmi, immagino una casetta sospesa nell'aria, che sta lì solo per me. La cosa fantastica risiede nel fatto che una volta là dentro posso dimenticare tutto e dedicarmi solo a leggere, scrivere, ma soprattutto a dormire in un morbido ed enorme lettone. Ecco, basta questo pensiero per calmarmi e addormentarmi.

Sei soddisfatto del tuo spazio digitale o hai in mente altri progetti per arricchirlo?
Il mio spazio digitale può e deve ancora migliorare molto, ma sono comunque soddisfatta della strada fatta fin qui. Il tempo da dedicargli non è mai abbastanza, la mia esperienza in questo campo è minima e non ho ancora progetti in mente per arricchirlo. Ho però tanta fantasia e voglia di tornarci non appena ho un minuto di tempo libero. Penso che al momento questo sia sufficiente per permettergli di crescere e migliorarsi.

Ti ricordi un aneddoto divertente accaduto durante il periodo scolastico? Ti va di narrarmelo? Ti farebbe piacere che fosse inserito in una pagina di "Ricordi rubati"?
Oddio, è passato tanto tempo. Uno che mi viene in mente è accaduto durante la gita del quinto. Una sera, eravamo in cinque e ci trovavamo nella camera di un albergo di Praga, abbiamo acceso una sigaretta. Un rumore assordante si è scatenato in tutto l'albergo: era suonato l'allarme antincendio! Ci siamo rifugiati sotto le coperte e abbiamo spento la luce (uno di noi, il più scaltro, è scappato dalla stanza). Qualche minuto dopo qualcuno ha cominciato a bussare con violenza alla nostra porta, gridando come un ossesso. Quando ci siamo decisi ad aprire - quella voce faceva ormai paura - ci siamo trovati di fronte un omone immenso che gridava e gesticolava. Ovviamente non capivamo cosa ci stesse dicendo. Dopo qualche secondo ci scaraventò un foglio addosso: dovevamo pagare una multa salatissima per il danno (che poi non ho mai capito di quale grave danno ci accusassero) causatogli. A parte i rimproveri dei professori e la paura di quella notte, non dimenticherò mai le risate sotto le coperte e il sorteggio per chi dovesse andare ad aprire la porta. 
Certo che mi farebbe piacere inserirlo in una pagina di "Ricordi rubati".

Hai mai provato a scrivere una poesia? Utilizza una parola per dire di cosa si trattava.
La poesia mi piace molto e amo leggerla (anche se preferisco la prosa), ma non provo a scriverne da molti anni. Quando ero più piccola ricordo qualche tentativo di scrivere versi d'amore (non corrisposti e quindi disperati), oggi preferisco la prosa per esprimere i miei pensieri.

Qual è l'esperienza tattile che più ti appaga? Io, ad esempio, adoro prelevare a mani nude la farina dal sacchetto.
Abbracciare il cuscino, soprattutto in inverno, quando le lenzuola sono ancora fredde e profumano di casa.

La stesura di quale post ti occupa più tempo? Per facilitare la rielaborazione dei tuoi pensieri ti avvali di appunti e note?
In genere scrivo di getto, senza fare nessuna pausa, mettendo via cellulare e chiudendo la porta della mia stanza.  Poi rileggo tante volte, anche a distanza di un giorno, finché ogni parola non si trova al posto giusto. Nessun appunto scritto, per lo meno non più (tempo fa lo facevo).

Quali sono i social network che utilizzi di più? Credi che nel tempo l'immagine diventerà più importante della parola?
Ultimamente sto usando molto più spesso Instagram e Google+, anche se ovviamente Facebook continua ad avere un ruolo non trascurabile durante il mio tempo libero. Per quanto riguarda la seconda domanda, purtroppo la risposta è sì: credo che stia già succedendo da un bel po' di tempo.

Che cosa avresti sempre voluto imparare? Io vorrei studiare francese e saper cucire.
Anche a me sarebbe piaciuto imparare il francese. Non escludo di farlo in futuro, ma purtroppo il mondo richiede prima l'inglese; il francese dovrà quindi aspettare. Mi piacerebbe anche saper suonare il pianoforte. Lo adoro.

Ti capita mai di alzare lo sguardo e di notare per la prima volta dettagli o elementi che compongono gli edifici della tua città? Cosa pensi quando osservi il cielo?
Sì, mi capita. Ragusa Ibla, ad esempio, è ricca di barocco. Ci sono cresciuta e lo do spesso per scontato. Dovremmo avere più spesso lo sguardo attento dei turisti. Quando osservo il cielo mi soffermo soprattutto sulla luna (la guardo ogni sera prima di andare a dormire) e penso alla mia madrina. A modo mio le do la buonanotte da quaggiù.

Mostrami lo scatto fotografico del quale sei più fiero.
Ehm... Erica mi perdonerà se le rispondo che questo scatto non esiste. Non vado fiera di alcuno scatto fotografico; se qualche foto sembra più carina il merito è solo degli effetti di Instagram.

Parlami del libro che ritieni il migliore del 2017.
Anche a questa domanda non saprei bene cosa rispondere. Durante buona parte di quest'anno non ho potuto leggere molto (l'Università mi ha assorbita completamente). Non appena ho potuto mi sono tuffata sui libri, ma non ho letto nessun romanzo scritto quest'anno. Posso dirti i migliori che ho letto nell'ultimo periodo: Menzogna e sortilegio; Il conte di Montecristo.



Nomino...


https://guspensiero.blogspot.it/
Non è semplice descrivere questo blog: il suo creatore vi esprime riflessioni  che includono svariati campi. Si tratta sempre di pensieri avallati da conoscenze che spaziano dalla storia e dalla letteratura, al cinema e a tanto altro. Dalla lettura dei vari post traspare la profonda sensibilità del suo autore. Ve lo consiglio!

http://rosemary-3.blogspot.it/
Questo è davvero il regno dell'eleganza e della poesia. Qualsiasi descrizione sarebbe riduttiva; vi consiglio sinceramente di immergervi in questa oasi di magia.

https://marialuciaferlisi.blogspot.it/
Questo è uno dei primi blog che ho conosciuto non appena è cominciata la mia avventura sul web. Ve lo consiglio perché è curato in ogni dettaglio, ma soprattutto è ricco di novità editoriali, recensioni letterarie e notizie riguardo ai concorsi letterari.

http://sinforosacastoro.blogspot.it/
Questo blog dovrebbero leggerlo tutti. Qui si torna bambini, pur restando adulti. La blogger è una maestra che ama i bambini ed è riuscita a creare un angolo virtuale in cui è ancora possibile accostarsi al mondo con lo sguardo beato, semplice e meraviglioso dei fanciulli.

http://feliceconunlibro.blogspot.it/
Ho scoperto questo blog per caso, mi aveva colpito una recensione su Ragione e sentimento.
La creatrice di questo angolino è una lettrice scrupolosa, onesta e desiderosa di confrontarsi con il vasto mondo dei lettori. Mi piace leggere le sue recensioni anche quando non ho letto il libro in questione. Ve lo consiglio.

http://stoffedinchiostro.blogspot.it/
Di questo blog mi ha colpito subito il nome. Questo è un angolino che sembra profumare di carta pur da dietro il display di un computer. Se amate leggere non potete perdervelo.

http://laserelegge.blogspot.it/
Questo blog l'ho scoperto da poco, eppure mi va davvero di consigliarvelo. Anche lei è un'amante dei libri che ama condividere questa passione con il web. Mi piace il modo in cui scrive e riesce a catturare l'attenzione dei lettori. Ve lo consiglio.

http://langolodiariel.blogspot.it/
Anche in questo caso si tratta di una scoperta abbastanza recente. Che dire? L'autrice è più o meno una mia coetanea, eppure ha già realizzato questo blog che fa veramente restare a bocca aperta. Anche lei amante dei libri e della scrittura, anche lei blogger scrupolosa e accattivante.

http://evapalumbo.blogspot.it/
Una vera e propria "libreria" virtuale. Vale la pena di "sfogliarla". Ve la consiglio davvero.

http://mamitrailibri.blogspot.it/
Come potete facilmente intuire, in questo blog i libri sono i protagonisti assoluti. L'aspetto che mi interessa riguarda soprattutto il fatto che la sua autrice ama la storia, e questa sua passione si riflette ovviamente nelle sue letture e recensioni. Consigliato.

http://feboemuse.blogspot.it/
Ultimo, ma non per importanza, il blog di Erica. Lo confesso: lo metto per ultimo perché non sono sicura che si possa nominare il blog che mi ha già nominata. Il fatto è che mi piace troppo e non riesco a non assegnarle questo premio. La sua autrice è ancora giovane (non che io sia vecchia, ma ho avuto la sua età diversi anni fa e non posso evitare di fare il paragone), ma ha già le idee ben chiare su ciò che ama nella vita e su ciò che vuole realizzare. Legge, scrive, sogna. E fa tutto con la passione di chi crede che la bellezza sia ovunque, basta solo saperla catturare.



Giunti a questo punto non mi resta che scrivere le undici domande per voi:
  1. Citazione preferita.
  2. Ti piacerebbe fare un viaggio nel futuro o nel passato?
  3. Hai mai letto un libro che ti ha reso una persona peggiore (anche se per poco tempo)? 
  4. Quale personaggio storico di piacerebbe incontrare?
  5. Se scriverai un romanzo (o se lo hai già scritto) dove ti piacerebbe ambientarlo?
  6. Credi nel destino? 
  7. Un classico che hai amato leggere.
  8. Quale stagione preferisci? Per quale motivo?
  9. Il rimpianto più grande.
  10. Uno dei momenti più belli della tua vita.
  11. Un luogo dell'anima.
     
         P.S. Ovviamente sarò felice di leggere le vostre risposte, ma capisco benissimo che non tutti                       hanno il tempo necessario per rispondere. Sentitevi liberi di scrivere quando e se volete.                     Buona giornata a tutti e soprattutto BUONE LETTURE!


martedì 5 settembre 2017

Sogno di una settimana di fine estate



Prima di salutare definitivamente i giorni che mi sono lasciata alle spalle, voglio fermarne qui alcuni istanti e condividerne con voi la bellezza.


"Sai cos'è la nostra vita? La tua e la mia? Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì e stiamo sognando." (L. Sciascia, Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia)


Oggi vi racconto il mio sogno fatto in Sicilia, in quello scorcio di isola in cui sono nata e cresciuta, quello in cui ho trascorso tutte le estati della mia vita. Sogno è una delle parole che prediligo; al pronunciarla mi fluttuano attorno immagini luminose ed eterne. Sogno, per me, equivale a ricordo ed eternità.
Mi spiego meglio: io guardo questa foto e attorno a me esplode il silenzio e la luce di quel sole prossimo al tramonto. Ritornano le nostre voci, la mia e quella di Daniele, i nostri passi verso la tiepida distesa dorata, le nostre lente e solitarie passeggiate, i pesci che a caso mordono uno dei due, mentre l'altro ride e prova a scappare, le dita intrecciate, le promesse suggellate dal sale, quel nostro fare progetti senza fretta perché tanto "abbiamo tutta la vita per farlo". 
Vedete? A pensarci sembra già un sogno, sfumato e leggero, eppure è successo davvero, una volta. E succede ancora, ogni volta che guardo questa foto. 
I miei ricordi e la loro eternità, questo voglio raccontarvi.

Come quella colazione di fronte al mare... Quella volta sembrava davvero di stare dentro un film! 
Ma torniamo indietro di qualche mese, e precisamente al pomeriggio di giugno in cui Daniele mi aveva telefonato dicendomi che aveva deciso di affittare una stanza per qualche giorno a Marina di Ragusa (località in cui trascorro le mie vacanze estive). Mi aveva mandato una foto del b&b; appena l'avevo vista non avevo creduto ai miei occhi! Si trattava della villa confinante con la famosa "casa del miliardario". 
Vi spiego: qui da noi esiste questa sorta di "monumento", di cui ogni ragusano fa mostra ai turisti, quasi si trattasse di un proprio trofeo. E invece nessuno l'ha mai visto davvero questa villa, nessuno ne conosce il padrone, nessuno ne sa nulla.
Quello che si sa è che di fronte al mare si trova questa meraviglia color crema, con finestre in legno massiccio e cornicioni in marmo pregiato. A dire il vero, il marmo è un po' ovunque. Il proprietario, geloso del suo tesoro, ha deciso di lasciarne in mostra tanto quanto basta per stuzzicare crudelmente la curiosità dei passanti; il resto lo ha circondato di marmo e fitta vegetazione.
"La villa di Giuffrè", questo è il nome con il quale noi la indichiamo. Chi sia poi questo Giuffrè non l'ho mai saputo. So solo che era nato a Ragusa e negli anni '50 era partito per l'America. Aveva fatto fortuna, era tornato, aveva costruito quella meraviglia ed era scomparso.
Si dice che ogni tanto ritorni e che tutto deve sempre essere pronto ad accoglierlo.
Il Conte di Montecristo di Marina di Ragusa!
Da quando ero una bambina ho sempre desiderato sbirciare là dentro, visitare il giardino, tuffarmi in piscina (da una delle vetrate che circonda la villa ogni tanto si coglie il riflesso turchino che spicca tra i cespugli). Questo desiderio non l'ho mai potuto soddisfare.
E ora, dopo più di vent'anni, Daniele scopre che i vicini del leggendario miliardario affittano alcune stanze; una di queste si libera improvvisamente, il prezzo è accessibile... Insomma, è fatta.
Finalmente arriva quella settimana a cavallo tra agosto e settembre, e finalmente arriva lui, che a cavallo non ci sta solo perché l'epoca dei principi a cavallo è finita (concedetemelo, ogni tanto, un po' di romanticismo). Lo accompagno alla "sua modesta dimora" che non sto qui a descrivervi perché, considerata la mia passione per le descrizioni e le ville antiche, il mix potrebbe essere micidiale per voi, poveri lettori che avete deciso di leggere il mio racconto. Vi basti sapere che ogni cosa lì dentro trasuda eleganza, riposo, pulizia e antichità. Entri dal caotico lungomare del 2017 e finisci in un silenzioso agosto di qualche epoca remota intrappolata tra spesse pareti, mobili scuri e candelabri di cristallo.
Ci accoglie la proprietaria: una bella signora sulla cinquantina, elegante e dai modi gentili. Ci spiega qualcosa, ci mostra gli ambienti comuni. Non resisto e le chiedo del suo "leggendario" vicino. Mi guarda sorridendo, mi dice che esiste davvero ed è ancora vivo, solo che quest'anno non si è ancora visto.
"Certo che esiste, abbiamo preso il caffè insieme tanti anni fa". 
Ora è ufficiale: anche la signora e la sua villa stanno sfumando in un sogno.
Il mio ragazzo vive lì, in quel posto fuori dal tempo, dove sali scale in marmo, ti affacci e vedi il mare, ti volti e vedi il tuo riflesso in uno specchio che sembra saltato fuori da Versailles.


Inutile a dirsi, la meraviglia non finisce qui: la stanza di Daniele si affaccia proprio sulla "villa di Montecristo".  Purtroppo è solo uno scorcio, la piscina non si vede. Quella sta nel giardino sul retro e da qui è impossibile vederla. Sarà per il prossimo "sogno"!

Dicevamo della colazione. Ora che sapete di quale posto sto parlando sarà più facile comprendere la magia di quella mattinata di fine agosto.
Quel giorno mi ero svegliata prestissimo; aspettavo una notizia importante e sentivo piccole fitte allo stomaco. Avevo acceso il cellulare e la notizia stava lì: era positiva.
Come sempre, quando si ottiene qualcosa di sperato e inaspettato, si fatica a crederci. A ciò si aggiunga il mio innato pessimismo che mi spinge a inventare improbabili catastrofi pronte a infrangere ogni momento di felicità.
Mi vesto di corsa e mi dirigo verso la villa che ormai ben conoscete. Lì, Daniele mi aspetta in veranda: ha fatto apparecchiare il tavolo per due e si è messo addosso quel costume così buffo che ci fa sempre tanto ridere. Resto qualche secondo a guardare: avete presente la famosa veranda di Montalbano? Dimenticatela. Qui c'è davvero la magia. C'è un vento fresco e leggero, profumo di biscotti e torte appena sfornati, una spiaggia immensa (la foto non rende) a pochi metri di distanza.
"Ho due notizie: una bella e una brutta".
Da bravo ottimista Daniele vuole prima sapere quella bella, quella che stavamo aspettando. Mi abbraccia e mi sussurra che "Non può gridare come un pazzo perché siamo in mezzo agli aristocratici". Poi mi confida che in questi giorni aveva avuto paura anche lui, ma non mi aveva detto nulla perché avevo bisogno di lui e del suo innato ottimismo.
L'ho detto: gli manca solo il cavallo.
La brutta notizia invece lo fa ridere; mi dice che sono fantastica, che riesco a dar vita a paranoie assurde. Insomma, io ancora non ci credo e lui invece mi ha già fatto accomodare e mi sta dicendo che ci aspetta un altro anno meraviglioso, insieme, e a Catania, la città dove sognavo di poter restare ancora un po' (ve ne avevo già parlato).
Facciamo colazione così: tenendoci per mano mentre lui mi tranquillizza come sempre, e io cerco di non cedere alla gioia che lentamente sento straripare da ogni dove. Il vento non cessa, mi scompiglia i capelli; tolgo il cappello per legarli e decido di immortalare quel momento.

   
Un altro sogno che sfuma, un altro ricordo che è già eterno, come gli interni di quella villa sottratta alle estati del tempo.
Ancora mi chiedo se è successo davvero.




Decidiamo di andare in un bel posto. Quello è un giorno speciale, bisogna festeggiare.
Scommetto che la prossima foto la riconoscete un po' tutti.



Esatto: è la casa di Montalbano, quella che si vede sempre in tv. Ma dal vivo è diverso: si arriva in questa piazzetta bianca e allegra che ti fa venir voglia di cantare, abbracciare la gente e correre lungo la spiaggia fino a perdere il respiro. D'accordo, io quella mattina ero particolarmente felice, ma vi assicuro che lì, nella piazzetta di Punta Secca, tutti lo erano! La gente scattava decine di fotografie (c'era chi si offriva volontario per fotografare gli altri), mangiava gli "arancini di Montalbano", comprava cappellini di paglia, si baciava guardando il mare. 
E poi volete mettere la sensazione di tuffarvi davvero in quel mare, anziché stare a guardare il commissario che nuota beato, mentre voi state impotenti seduti sul divano?
Insomma, tutto ricomincia a sfumare. Un altro sogno, altre passeggiate e promesse per un futuro che ora, dopo quella bella notizia, fa meno paura. Ora non abbiamo solo "una vita davanti", abbiamo la certezza di "un anno insieme, nella nostra Catania".

Da raccontarvi ci sarebbero ancora tanti, tantissimi sogni a cavallo tra questo agosto e la nostra vita, ma al momento voglio fermarmi qui, in questi luoghi che aleggiano sotto il sole di fine estate e cominciano a fluttuare, eterni, tra i miei ricordi di sognatrice siciliana.


Ci tengo a precisare che questa foto l'ha scattata Daniele, il principe senza cavallo che avete conosciuto durante questo mio racconto. In realtà, foto ne ha scattate tante altre, mentre io ridevo; si definisce un "artista incompreso", e la prima a non comprenderlo sono io!  E invece lo è artista, e non parlo solo delle foto. Lui dipinge per me me attimi di quotidianità eterna, lui dà valore al mio passato e mi spinge a guardare al futuro con i suoi occhi da inguaribile ottimista.
  Lui sogna insieme a me.




sabato 26 agosto 2017

L'amica austriaca

«Ti ho mai raccontato?».
Ogni storia della mia amica austriaca comincia così. Comincia e non finisce perché ogni racconto, qualunque esso sia, le richiama alla mente una nuova storia. Così, dopo aver parlato per ore intere, si ferma e si chiede da dove aveva cominciato.

L'amica austriaca. Su di lei si potrebbe scrivere un romanzo d'avventura. Gira il mondo e tiene un diario in cui annota ogni cosa. Non dimentica nulla, fotografa tutto col cuore. Tiro fuori dal frigorifero una bottiglia di caffè freddo e scopro che, dopo sei anni, lei ricorda anche quella!
Le persone sono le mete dei suoi viaggi: ne ha ovunque sparse per il mondo e periodicamente torna a trovarle.
«Non amo le telefonate e i messaggi infiniti. Se posso, se ho abbastanza denaro, se non lavoro, prendo un treno o un aereo e ti raggiungo».

Questa frase me l'ha detta qualche giorno fa, mentre passeggiavamo in riva al mare.
Non tornava qui a Ragusa da sei anni - c'eravamo incontrate solo a Catania - e ora eccola qui.

Ha i capelli più corti, ha tolto il piercing dalle labbra, ha preso qualche chilo ed è innamorata pazza del suo fidanzato palermitano.
"Sembri una sposina" le dice mia mamma, e ha ragione.

Sei anni fa mi raccontava che la Sicilia le aveva rapito il cuore. Era venuta qui in Erasmus e non sarebbe più voluta andar via. Era tornata ogni anno, era rimasta fedele al mare.
«Voglio un fidanzato siciliano». Me lo aveva confidato pochi mesi dopo esserci conosciute. Allora avevo riso, non sapevo che quando vuole qualcosa, qualsiasi cosa, lei la ottiene. E non perché sia arrogante o ambiziosa, ma semplicemente perché fa tutto col cuore di una siciliana e la testa di un'austriaca.
Io ridevo, ma lei faceva sul serio. "Ragazzo siciliano" non lo diceva con leggerezza: aveva capito la nostra Isola, aveva imparato il nostro dialetto e la nostra cultura. L'ho detto: agisce col cuore di una siciliana ma con la testa di un'austriaca. E da brava austriaca sapeva cosa voleva: qualcuno che la mettesse al centro della propria vita, che amasse mangiare tanto e bene, che partisse ovunque insieme a lei ma portandosi sempre dietro la propria Terra di tradizioni, calore e semplicità. Qualcuno con cui pensare di poter avere un figlio, anzi due, fermarsi in un pezzo di terra e costruirci una famiglia rumorosa e allegra, qualcuno con cui addormentarsi la sera sul divano, guardando la tv. Voleva un complice e l'ha trovato. Mentre lo dice ringrazio la vita per averla premiata, per averle regalato il suo "ragazzo siciliano".
Ora ha nuove storie da raccontare, storie che cominciano tutte allo stesso modo:
«Io e Francesco...».
Sono storie d'amore semplici e quotidiane, quelle che io e mamma amiamo ascoltare.

La perdo di vista un attimo e lei parla già con qualcuno. La gente la trova simpatica, le si rivolge con la dolcezza con cui si parla ai bambini. Sarà l'accento da inglesina o quel vizio di voler vedere la gente felice, ma lei piace subito a tutti.

Le ho regalato un paio di orecchini. Una cosa da niente, una piccola sorpresa, eppure lei ha pianto e mi ha detto che era "così felice che più di così non si poteva!".

Ecco perché ho raccontato questa storia. Fa bene al cuore conoscere qualcuno che ancora si commuove per degli orecchini presi in una bancarella, qualcuno che pensa già al discorso da fare durante il mio matrimonio (e io non sto per sposarmi), qualcuno che lascia il suo diario sul divano perché vuole che i miei genitori ci scrivano un pensiero.
Ama la vita e le persone. Con lei accanto sento di aver girato il mondo anch'io, ne conosco le storie.

È la mia amica austriaca. La guardo mentre mi racconta il romanzo che sta leggendo e penso di aver trovato un tesoro tanti anni fa.
«Noi austriaci siamo così. Non ci affezioniamo subito alle persone, ma quando lo facciamo è per sempre».
Come un diamante. Solo che lei preferisce lo smeraldo perché è più colorato. Deve dirlo al suo Francesco.

Tra un discorso e l'altro abbiamo parlato anche di anelli di fidanzamento. Stiamo costruendo legami eterni, stiamo crescendo e ce lo stiamo raccontando strada facendo, camminando in riva al mare.



domenica 20 agosto 2017

Cara tremenda nostalgia


Dai, parla pure, raccontami una storia.
Per oggi mi arrendo, cara tremenda nostalgia. Non dico "celeste", come la canzone, perché qui di celeste ne vedo anche troppo. Il mare è celeste, il cielo è celeste, perfino il telo mare che mi ha appena mostrato mamma è celeste.
Mi arrendo.
Non è vero che accetto il cambiamento e mi godo l'estate, non è vero che all'autunno non ci penso. L'ho ammesso oggi, non appena le nuvole hanno coperto il cielo in modo inaspettato. Una promessa di pioggia che mi ha allargato il cuore.
E allora l'ho ammesso che soffrivo per amore.
Amore per un luogo che forse non mi aspetta più. E allora ne voglio parlare, come fanno tutti gli innamorati troppo a lungo separati.

La nostalgia oggi ha scelto questo angolo di verde, forse perché esso è cornice di tante storie, tutte mie. Una, la più bella, è avvenuta proprio nell' autunno di qualche anno fa.


Su quella panchina, un pomeriggio di ottobre, due ragazzi si lasciavano. E lei, veterana di quelle scene, aveva assistito impotente.
Eppure, quei due non le sembravano stanchi. Confusi, inesperti, sconosciuti, questo sì, ma stanchi no.  Nelle loro espressioni non c'era la pesantezza dei lunghi silenzi, la stanchezza dei sentimenti agonizzanti.
Lui, quello che diceva basta, quello che dovrebbe essere il "cattivo" della storia, faceva invece tenerezza. Non voleva ferirla, sceglieva le parole con cura, anche se non sempre ci riusciva.
Non erano stanchi, non erano arrabbiati, non si conoscevano ancora, ma si proteggevano l'uno dall'altro. Ecco cosa c'era di diverso dagli altri addii: questo non aveva motivo di esistere!  Non capivano che così facendo gettavano al vento una di quelle storie di cui i romanzi sono pieni, ma la vita scarseggia?
A dire la verità, la ragazza sembrava rendersene conto. E lui? Farfugliava qualcosa a proposito della loro storia partita col piede sbagliato, e che era giusto troncare. Poi però la prendeva per mano e le sorrideva in un modo che non era amore, eppure scaldava il cuore.
Niente da fare. Alla fine l'aveva lasciata.

Lo aveva fatto davvero.
Lei si era alzata. Voleva tornare a casa, chiamare le amiche, piangere in santa pace.
E lui invece vacillava.  Poi le aveva chiesto di restare, che quel momento era troppo bello per farlo finire. Perché non c'erano mai stati momenti come quello? Infine le aveva chiesto di fare una passeggiata.
Lei sembrava confusa; annuiva come un burattino.
Si erano allontanati mano nella mano. Erano arrivati lì da soli e adesso andavano via insieme. Strano modo di dirsi addio.

Quei due incoscienti facevano sul serio. Non si erano più rivisti. Per dodici lunghi mesi lei era passata da lì, ma sempre sola. Non si fermava mai. Giunta davanti al sentiero ciottoloso, accelerava il passo.
Era la cara tremenda nostalgia che non finiva.

Ma quella saggia panchina aspettava e non si stancava.
Inutile dire che non si era sbagliata: quell'addio profumava d'amore. Lei sola l'aveva capito.

Oggi siamo in due, io e il ragazzo della panchina. Ne abbiamo percorsa di strada mano nella mano, ma siamo ancora all'inizio. Siamo sempre all'inizio perché le conclusioni non fanno per noi. Lo abbiamo capito in quei dodici lunghi mesi.
Vecchia, saggia panchina!
Un altro autunno è alle porte e la mia cara tremenda nostalgia le chiede solo di farci un po' di posto, ancora per un'altra stagione.






mercoledì 16 agosto 2017

I fantasmi delle notti d'estate



Ho appena terminato la lettura di questo romanzo e mi è venuta voglia di raccontarvi una storia, una di quelle dove lettura e vita si accarezzano per un po'.


Questo romanzo mi è piaciuto. Forse perché concorda perfettamente con il periodo che sto vivendo: leggero, scorrevole (anzi, scorrevolissimo), piacevole come un pomeriggio in veranda fuori dal caos della vita.
E poi c'è qualcosa che mi ha fatto sorridere. Leggendolo mi sono tornate in mente altre sere d'estate di tanti anni fa.

Quell'anno avevamo costruito una capanna sopra l'albero di un campo che credevamo disabitato. Un modo come un altro per trascorrere le lunghe vacanze estive, una trovata geniale di noi ragazzini che a quell'età cominciavamo a scoprire il Mondo. Fu così che per qualche giorno quella capanna diventò il nostro rifugio. Il momento più bello era la sera.  La raggiungevamo attraverso un sentiero tracciato di giorno con i motorini e, dopo aver annunciato la nostra presenza ai "compagni" che ci aspettavano lassù, salivamo sull'albero che al buio sembrava immenso. Da lì sopra faceva tutto un po' paura e mancava il coraggio di scendere giù.

Fu durante una di quelle sere che cominciammo a parlare di fantasmi e case stregate. Io ci credevo e ci credo ancora adesso, ero quindi avida di quelle storie. Parlavamo soprattutto di una categoria speciale di fantasmi, quelli che qui da noi in Sicilia sono noti con il nome di "patruna o luocu" (padroni del luogo). Ne avete mai sentito parlare? Sono gli abitanti di una casa che dopo essere morti restano in quel luogo per sempre e terrorizzano i nuovi inquilini, i vivi venuti dopo di loro.
Insomma, l'opposto di quanto accade in questo romanzo. A quelle storie io ci credevo, ma anche chi non ci credeva, quella sera batteva i denti e si stringeva a chi gli stava vicino. Forse non erano solo storielle, magari qualcosa esisteva davvero.
Tutto merito della capanna immersa nel buio mai troppo nero delle notti d'estate. Pochi giorni dopo qualcuno distrusse il nostro rifugio. Era finita anche quell'estate.

Qualche giorno fa sono ripassata per caso da quella strada. Ho guardato verso quel campo che ora è davvero disabitato, ma non ci ho visto più il nostro albero in fondo al sentiero.
Scomparso come Slade House. E noi? Scomparsi anche noi, o forse no. Quel luogo che agli occhi degli altri non ha nulla di ciò che è stato, per me esiste ancora.  Lo so perché è bastata un'occhiata per risentire i brividi dopo una folata di vento tra le foglie e i denti che battono nel buio di quel porto sicuro. E allora mi sento un po' custode anch'io. Forse lo diventiamo un po' tutti e non ce ne andiamo mai del tutto dai nostri rifugi.
"Patruna o luocu" lo siamo anche da vivi. Questo l'ho capito solo dopo.

Questo romanzo non mi ha emozionata, arricchita o divertita. Ha fatto qualcosa di molto più semplice e speciale: mi ha ricordato che ogni storia è un po' più magica sotto il cielo delle sere d'estate.
Buona lettura😊

venerdì 4 agosto 2017

L’estremo saluto all’inquilino del comodino

Ormai è noto che sul mio comodino da qualche settimana ci sta solo lui, Il conte di Montecristo
L’ho scritto precedentemente in un post, ne ho parlato con qualcuno e riparlato con qualcun altro.
A rischio di diventare pedante e ripetitiva, oggi qualcosa voglio ancora dirla; glielo devo prima di sfrattarlo definitivamente dal comodino.
Non si tratta di una recensione o di critica letteraria; a me basta la pura lettura, quella totale e disinteressata, quella che si confonde con la vita: ai romanzi non chiedo nulla, mi siedo comodamente e li ascolto. Alcuni di loro restano muti e passano quindi indenni da sottolineature e trascrizioni cartacee e virtuali; per altri il discorso è diverso, ed ecco allora che interviene la vecchia agenda blu e il neonato angolo virtuale.
Il conte di Montecristo fa parte di questo secondo gruppo e merita dunque questo mio estremo saluto.

Esso è innanzitutto un viaggio.
Dico spesso che ai viaggi nello spazio preferisco quelli nel tempo: ebbene, questo lo è stato.
Devo ammettere che sono avida di questo genere di letture: le preferisco perché è con esse che si ha un assaggio di eternità. Sono pagine che consentono di sbirciare dalla serratura di porte chiuse per sempre, di origliare quei dialoghi che hanno la grazia di una poesia, di temere per la vita di un uomo pronto a premere un grilletto pur di salvare il proprio onore.
Ecco il viaggio che vorrei davvero compiere: con questo libro ho esaudito il mio desiderio.

Al viaggio aggiungo la magia.
Ogni oggetto emana un bagliore in grado di accecare l’adulto più cinico e di restituirlo all’età beata in cui si crede a tutto fuorché alle cose vere. È il miracolo de Le mille e una notte, il Leitmotiv della mia storia di lettrice.
Per questo ho amato questo romanzo, perché ha reso possibile quello che credevo ormai perso per sempre: amare le fiabe, ascoltarle con l’umiltà della bimba che della vita non conosce ancora nulla.

Poi c’è l’uomo.
Si può essere indifferenti al passato, non condividere la mia passione per l’Ottocento, essere immuni dal meraviglioso, farsi beffa della magia. Si può essere, insomma, sordi alla vita, ma si resta pur sempre uomini. E in questo romanzo è racchiusa la storia di un uomo che in una vita ha conosciuto il sapore di tutte le vite possibili.
Ricordo che un pomeriggio di luglio, mentre acquistavo un libro, mi ero trovata a parlare con la libraia di questo romanzo e in quell’occasione mi era capitato di definire il protagonista un “mostro”. Non so perché mi era sfuggita quella parola, forse perché ero reduce dall’episodio in cui un condannato veniva mazzolato – leggetela quella scena e vediamo se non mi darete ragione – sotto lo sguardo divertito e insensibile del conte. Nei giorni successivi mi ero però pentita di quell’infelice appellativo.
Oggi penso che se quella volta ero ricorsa a quel termine un motivo c’era: pensateci, non diventiamo forse dei mostri dopo essere stati annientati dal dolore? La sofferenza, quando non uccide, fortifica. Sacra verità. Ma in questo romanzo ne ho trovata una che è forse più vera: “Il dolore, quando non uccide, imbruttisce, o meglio abbrutisce”. Sì, perché Edmondo Dantès ricorda spesso una belva ferita, un vampiro, una roccia simile a quelle della sua isola. Sono rari i momenti in cui c’è dell’altro, ma ci sono. Capita, infatti, che i suoi occhi si riempiano di lacrime e il suo viso terreo si imporpori all’improvviso. È in quegli istanti che l’uomo lotta contro il mostro, che scava nella roccia e cerca uno spiraglio di aria non corrotta dalla rabbia; lotta aggrappandosi all’eco di ciò che è rimasto: i ricordi di un tempo innocente privo di rabbia e colmo d’amore.

L’uomo riaffiora e vince non appena il tarlo dell’insicurezza comincia a rodere la corazza del dolore. Il dubbio di aver commesso un errore durante la propria “sacra” vendetta, di aver causato la morte di un innocente, di non essere, dunque, lo strumento di Dio ma solo un uomo come tanti. Non conosce più i piani della Provvidenza, il responso degli oracoli. Che si sia sbagliato anche sul conto dell’umanità? Lui che di fronte al plotone d’esecuzione aveva affermato:

"Ecco là un uomo che era rassegnato alla sua sorte e andava incontro alla morte senza resistenze e senza lamentele; sapete che cosa gli dava un po’ di animo? Che cosa lo consolava? Che cosa gli faceva accettare pazientemente la sua condanna? Era questo: che un altro subiva le sue stesse angosce, che un altro andava alla morte con lui, come lui; che un altro sarebbe morto prima di lui. […] ma l’uomo che Dio creò a sua immagine, l’uomo a cui Dio impose come unica, suprema legge l’amore del prossimo, l’uomo a cui Dio diede la voce per esprimere i pensieri, quale grido getta appena sa che il suo compagno è salvo? Un’imprecazione! Onore all’uomo, capolavoro della natura, re del creato!".

Lui che disprezzava gli uomini e aveva lasciato che al suo servitore tagliassero la lingua pur di avere un servo incapace di parlare, e quindi di nuocere. Lui, che conosceva ogni cosa e non si stupiva di nulla perché poteva avere tutto, ora comincia a barcollare e lascia andare in frantumi la terribile corazza. Ora è pronto a perdonare e ritrovare l’amore, unica vera gioia concessa a chi rinuncia al trono celeste per farsi uomo sulla Terra.
Per fortuna c'è il lieto fine.

Eppure adesso che è finito tutto mi sorge un dubbio: si era davvero sbagliato il giorno dell’esecuzione? Quelle parole mi ronzano ancora in testa. Il principio alla base del suo pensiero era il nostro vecchio e innocuo “mal comune mezzo gaudio”. La cara medicina contro le nostre delusioni quotidiane; non c’è mica bisogno di una ghigliottina per ricorrervi: basta un amore finito, un esame andato male, un licenziamento. Il boccone è meno amaro se mandato giù insieme ad altri, ammettiamolo.
Ebbene, c’è da fare attenzione. Lo dice anche il conte che se la goccia di un elisir può salvare la vita a un uomo, cinque gocce della stessa sostanza possono strappargliela in una manciata di minuti.
Si dia il caso, dunque, che anche il nostro innocuo “mal comune mezzo gaudio” vada bevuto a piccoli sorsi, onde evitare di ritrovarci a imprecare perché qualcuno non morirà prima di noi. 

Credo di aver detto tutto. Non resta che trascrivere l’ultima pagina, quella che ho preferito:

«Quanto a voi, Morrel, ecco il motivo segreto della mia condotta verso di voi: volli provarvi che in questo mondo non esiste né felicità assoluta, né assoluta infelicità; esiste solo il paragone tra una condizione e l’altra, ecco tutto. Soltanto colui che provò le più grandi sventure è atto a godere le più grandi felicità. Bisogna aver voluto morire per sapere quanto è bello vivere. Vivete dunque e siate felici, figli diletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo i segreti dell’avvenire, tutta la più alta sapienza d’un uomo consisterà in queste due parole: “Attendere e sperare”».

Devo ammetterlo, per una pessimista frettolosa come me, la lettura di alcuni passi non è stata indolore. Mi chiedevo, ad esempio, perché aspettare così tanto prima di svelare al povero Morrel che la sua fidanzata era ancora viva; perché attendere il tentativo di suicidio prima di restituirgli la gioia. La risposta era racchiusa qui, nell’ultima pagina, una delle più belle che abbia mai letto.
Infine, la speranza. Certamente tra le pagine di un romanzo di avventura è più facile sperare; ma nella vita reale, dove pure le avventure non mancano, la speranza spesso scarseggia.

Per quanto mi riguarda, in questo momento, osservando lo spazio vuoto sul comodino, ho un’unica piccola e modesta speranza: quella di riempire quello spazio con un nuovo inquilino che non passi indenne da sottolineature e trascrizioni.

Addio conte, buon viaggio!

martedì 25 luglio 2017

La mia Isola di Montecristo

Sono giorni, questi ultimi residui di luglio, che credo esigeranno un posto in prima fila nella platea dei miei ricordi.
Giorni di afa, letture e brevi passeggiate improvvisate. Sospesi ancora tra un futuro a cui non penso e un passato che non conosce nostalgia. Ho gettato l'ancora sul presente e ne assaporo ogni lento istante, privo di pretese e colmo di fantasia.

Sto vivendo Il conte di Montecristo. 
Alcune circostanze hanno fatto sì che mi ritrovassi sola e senza davvero nulla di importante da fare. Non mi era mai successo. Per pochi giorni tutto si è fermato; e perfino la luna e l'Etna, i muti giganti che puntualmente fanno capolino dalla mia finestra, si sono dileguati tra i vapori densi e dorati dell'estate catanese.
Mi è rimasto solo lui, il librone rosso come la mia neonata Tesi e meraviglioso come Le Mille e una notte che giganteggia tra i miei ricordi d'infanzia, lo stesso di cui ho raccontato altre volte.

E così ho cominciato a viverlo.
Edmondo Dantés, pardon, Simbad il Marinaio, è salpato nella mia stanzetta arroventata e ha gettato l'ancora per qualche tempo. Complice la temperatura ostile che mi impedisce di dormire, in una manciata di ore ne ho fatto fuori la metà. Certamente ne scriverò, ma al momento voglio solo scattare una fotografia di questi giorni.
Sì, perchè temo che essi si annebbieranno e in men che non si dica mi ritroverò a condividere il destino di Franz d'Epinay, all'indomani della notte trascorsa nella grotta di Simbad il Marinaio: crederò di aver sognato e la mia isola di Montecristo svanirà lentamente all'Orizzonte.

Leggere, con la mente scevra da preoccupazioni, leggere senza guardare l'orologio, senza dormire - questa, a dire il vero, me la sarei risparmiata volentieri - leggere e basta: è questa la mia Isola di Montecristo.
Provateci se potete, per pochi giorni approdate alla vostra isola.







giovedì 20 luglio 2017

Dal diario di Renato: Imbrattarsi della vita.

«Oh non sia sciocco mio caro ragazzo! Lei è giovane: ha una vita davanti da vivere e da scrivere. Ecco, è questo che manca nei suoi racconti! Manca la vita!».
Dovette comparire sul mio volto un sorriso che immediatamente il professore colse.
«Vede Renato, molti scrivono perché della vita non vivono abbastanza, o forse sono convinti che scrivendo possano vivere ciò che davvero desiderano. Alcuni ci riescono, altri no. Altri hanno bisogno di imbrattarsi della vita, dei suoi tormenti, delle sue estasi, dei suoi tradimenti e solo dopo possono imbrattare le pagine d’inchiostro. Ma quell’inchiostro è fatto di quei tormenti, di quelle estasi, di quei tradimenti! C’è vita! Quelle pagine cominciano a respirare, si bagnano di lacrime, si sporcano di rossetti. Lei, ragazzo mio, fa parte della seconda categoria: lei deve imbrattarsi della vita prima di imbrattare queste pagine».

Queste cose me le disse con un sorriso così rassicurante che non mi sentii offeso o scoraggiato, come invece avevo temuto di sentirmi. Gli fui grato in cuor mio per aver saputo trovare quelle parole, quegli strumenti con cui incoraggiare la mia timida passione che bramava un po' di vita.

La festa della donna

Mancavano pochi giorni alla festa della donna e avevamo riportato la nonna a casa sua.
Non era mai stata lontana da quella casetta per più di poche ore, mentre ora non ci tornava dal 25 dicembre.

La notte della Vigilia era stata magica, come ogni anno dacché io ricordi, tutti insieme come ogni anno, lei più vecchia, tanto vecchia da sembrare una bambina. Quella sera l’avevo fatta sedere accanto a me, come anni prima facevo con i cuginetti più piccoli, e le avevo tagliato la carne in pezzetti piccoli piccoli. Aveva mangiato con gusto e mi aveva ringraziato, con poche parole ma con un sorriso da bimba contenta.
Dopo la mezzanotte c’eravamo salutati; poco prima lei aveva pianto. Mi ero abbassata fino alla sua minuscola boccuccia e le avevo chiesto perché piangesse: era la notte di Natale ed eravamo tutti insieme, non c’era motivo di piangere. Mi aveva detto che non voleva restare sola quella notte, che le mancava il nonno. L’avevo abbracciata e le avevo detto che il giorno dopo sarebbe stata con gli zii, come ogni anno, che ora avrebbe dormito e l’indomani sarebbe stata una bella giornata, un bel Natale.
L’indomani era squillato il telefono. Aveva risposto papà e il terrore sul suo viso non lo dimenticherò mai.
La nonna era caduta, era a terra da diverse ore e non riusciva a rialzarsi.
La corsa in macchina verso il paese della nonna e poi quella nel corridoio fino alla sua camera da letto. L’avevamo alzata ma aveva troppo male alla gamba; faceva i capricci, non voleva essere toccata, non voleva sentir parlare di ospedale. Non ricordo cosa le dissi per convincerla, so solo che riuscì a portarla in bagno e a lavarla: in ospedale ci sarebbe andata solo profumata e solo da me si fece spogliare e lavare per bene.

I mesi che seguirono non furono semplici per nessuno, soprattutto per papà: credo che da quel giorno cominciò davvero a invecchiare. Come una splendida candelina che per 86 anni aveva illuminato la sua casetta, la mia nonna si consumò su un letto di ospedale. I medici dicevano che stava bene: il femore ora era tornato a funzionare, dipendeva solo da lei ma lei non aveva più voglia di parlare. La sera passava a salutarla il nonno; quando lo disse a papà lui ebbe un piccolo brivido lungo la schiena ma continuò ad accarezzarla come fosse la sua bambina.

Mancavano pochi giorni alla festa della donna e la riportammo a casa sperando che tra quelle mura, che aveva amato con tutta se stessa, le sarebbe tornata la voglia di vivere tra i vivi. Non fu così.
Quel pomeriggio l’avevano messa in cucina e i miei zii cercavano di farla mangiare. Mi avvicinai per salutarla; era tardi e io papà dovevamo andare via. Non so dove trovò la forza per emettere un piccolo muggito da vitellina ferita che mi fece voltare verso di lei. Fu allora che sollevò il braccio e mi afferrò la mano per qualche secondo, fissandomi negli occhi con uno sguardo che urlava parole che le morirono nella gola.
«Che c’è nonna? Dimmelo! Che mi devi dire? Sono qui, dimmelo».
Mi fissava, ma le parole non me le ha dette.
Le diedi un bacio e me ne andai. Nei giorni seguenti perse conoscenza, invano stavo accanto a lei sperando di ascoltare quelle parole che non mi ha più detto. Se ne andò il giorno della festa della donna.

Le avrei detto di non aver paura, io che invece ne ho sempre così tanta.

martedì 4 luglio 2017

A proposito di Sheherazade

Il giorno in cui nacque questo blog optai per un nome importante e letterario quale certamente è quello di Sheherazade. 
I motivi della mia scelta li spiegai già allora. La principessa de Le mille e una notte era per me realmente esistita durante le stellate estati dell'infanzia. Essa era vera quanto lo erano quelle notti in veranda e alla sua immagine luminosa dovevo in parte l'amore per i racconti e la letteratura.
Sheherazade era ed è per me l'incarnazione dell'infanzia e del suo modo innocente e meraviglioso di guardare al mondo per conoscerne le sue storie.
L'altro giorno mi è capitato tra le mani quello stesso librone rosso de Le mille e una notte, lo stesso di quelle sere lontane. Ebbene, non ho trovato il coraggio di aprirlo, ho avuto paura che leggendolo adesso sarebbe scomparsa la magia.

In questi mesi mi sono occupata di Elsa Morante. Ho scritto una tesi su di lei e ho cercato, per quanto possibile, di conoscere il suo mondo ed entrare nelle sue opere. Non so se ci sono riuscita; certamente lei è entrata nel mio e ho scoperto che qualcosa ci avvicinava: Sheherazade.
Meravigliosa scoperta quella che mi vede legata in maniera così sottile e fantasiosa alla mia scrittrice preferita. Chi era la sua Sheherazade? Fantasia, letteratura, Oriente favoloso, fuga dalla realtà, letteratura per la letteratura, fiaba, magia. Anche per lei, la scrittrice che ha celebrato l'infanzia come "Limbo" fuori dal quale "non v'è Eliso", Sheherazade era incarnazione dell'infanzia e meraviglioso mondo di guardare al mondo per conoscerne le sue storie.

Allora ho pensato di cambiare il nome del profilo del mio blog. Ho ritenuto che potesse risultare arrogante la scelta di questo nome, oltre ad essere troppo fantasiosa e lontana dalla realtà. Mi sono detta che in fondo il mio nome mi piace tanto e anch'esso ha un'origine "letteraria", se si considera che la scelta dei miei si deve al loro amore per il Dottor Zivago.
Che fare dunque? Lara o Sheherazade?

Al momento scelgo il secondo. Il primo sarà sempre mio comunque, ma il secondo è fugace e va tenuto stretto. Poco male se la mia Sheherazade ricorda quella della mia scrittrice preferita: Elsa Morante è venuta dopo; ogni lettura è venuta dopo.
Sheherazade è giunta a me prima ancora che imparassi a leggere, prima ancora che capissi il valore di un libro e della sua memoria. I suoi racconti li ho ascoltati, così come un tempo si ascoltavano gli aedi.


lunedì 3 luglio 2017

Menzogna e sortilegio. La magia delle parole.

Eccolo qui. Vi presento il mattoncino che da qualche mese non lascia la mia scrivania, il mio comodino e la mia borsa.
A dire il vero non è rimasto da solo a lungo. Infatti, dopo averlo divorato, l'ho messo un po' da parte e ho fatto spazio ad altri romanzi che reclamavano da tempo la mia attenzione. Ma non l'ho mai dimenticato. Anzi, gli ho dedicato un'intera tesi che tra qualche giorno andrò a discutere.
Prima di raccontarvi cosa rappresenta oggi per me questo primo romanzo di Elsa Morante, voglio condividere con voi alcune riflessioni nate durante la prima lettura (oh! si vivesse sempre di prime letture) che ne feci:

Pochi, sicuramente, capiranno il mio discorso; magari mi capirà chi ha amato a tal punto un libro da sentirsene 'stregato' durante il sonno e prigioniero durante il giorno. C’è una gran bella differenza tra leggere un bel libro, per poi dimenticarsene, e leggere un libro come sto leggendo io questo. Quello di cui parlo io è la magia di sfogliare una pagina ed essere risucchiata in un altro mondo, dai dettagli tanto nitidi da non poter dubitare più della sua esistenza. Succede che quelle che prima sembravano solo migliaia di lettere, tanto fitte da scoraggiare il più coraggioso lettore, ora diventano pennellate di un quadro meraviglioso di cui si entra a far parte. Sembra la scena di Mary Poppins, me ne rendo conto, eppure è proprio così.
Il 'sortilegio' che incatena Elisa, schiava dei suoi fantasmi e costretta a raccontarne la storia, ha stregato anche me e mi ha reso schiava di quelle ottocento pagine di pura e angosciante magia. Così anche mia nonna, come la sua, nei miei sogni torna dall’Aldilà, così anche io non vedo l’ora che arrivi la sera per ascoltare quei fantasmi che riprendono vita per raccontarmi la loro storia.



Provo un po' di invidia verso la me stessa immersa ancora nella prima lettura di questa meraviglia. Certamente un gran libro, come lo è questo, va riletto più volte. Eppure, ora che ne ho studiato ogni interpretazione e analizzato ogni brano e pensiero, rimpiango quella prima e innocente lettura che mi trasportò in un altro mondo. 
Elsa Morante è fatta così: ti ubriaca di parole, ti stordisce con le metafore; le sue parole hanno l'effetto di una droga e quando finiscono ti mancano. E tuttavia non è un romanzo che vorrei consigliare a tutti. Senza svelarvi nulla sulla trama e il finale, vi racconto cosa troverete tra quelle 800 pagine (lo so, detto così può far paura; ma vi assicuro che quando avrete cominciato benedirete quei due zeri). 
Vi si racconta la storia di una famiglia (se amate romanzi quali I Vicerè o il Gattopardo, potete accomodarvi) lungo l'arco di tre generazioni. L'ambientazione è controversa ma vi dico già che ci sono carrozze e cartomanti, telegrafi e treni, chiese e fantasmi. C'è di tutto. La protagonista è rimasta sola al mondo, ad eccezione degli spettri dei suoi familiari che sente (o crede di sentire. Questo non posso dirvelo; ho scoperto la verità solo alla fine della mia tesi) che le raccontano la loro storia "maledetta".
La narrazione è lenta - ad Elsa Morante piace indugiare su ogni dettaglio - ma coinvolgente; i personaggi sono spesso odiosi ma vivi, a tal punto che vi seguiranno anche dopo aver chiuso definitivamente il libro; la protagonista, Elisa, è prolissa e attempata (se vi piacciono i romanzi ottocenteschi, questo fa al caso vostro), ma il ritmo del suo racconto ha il potere di un ciondolo che oscilla e a poco a poco ipnotizza.
Non ci sono certezze in questo romanzo; ognuno vi legge ciò che vuole. Nella mia tesi ho cercato di dimostrare che gli spettri (o meglio, lo spettro) ci sono davvero. Tuttavia, come ho già detto, nulla è certo e tutto è possibile: è questa la vera magia. Ne ho riletto ogni parola da cima a fondo e l'ho trovato meraviglioso. 
I brani che ho preferito sono soprattutto tre, ve li dirò successivamente, intanto vi auguro una buona lettura!