lunedì 27 marzo 2017

CAPOLAVORO: OVVERO LA STORIA DI UN GEMELLO

                   
Lo aveva fatto, c'era riuscito, aveva scritto l'ultima pagina del suo romanzo.
Certo, di tempo ne era passato, non dico una vita, ma certo la vita, quella era passata.
Ci aveva rimesso un lavoro, una moglie e tutti i capelli, eccetto un ciuffetto che gli era rimasto poco sopra l'orecchio sinistro, ricordava una voglia di cioccolato, ma lui il cioccolato lo odiava e di voglie gliene era rimasta una soltanto: finire il suo libro.
Di cosa poi parlasse questo libro era rimasto un mistero, ‘di certo è stregato’ le aveva urlato la moglie poco prima di lasciarlo nella sua tana buia e puzzolente.
A quel povero ‘topo’ Stregato era piaciuto, così se lo era appuntato e il giorno dopo  aveva intitolato un nuovo capitolo “ Il libro stregato”.
Il fatto è che in quel suo ‘capolavoro’ non raccontava una storia qualsiasi, raccontava proprio la sua, o almeno ci provava.
Chi gli avesse messo in testa di diventare scrittore non è dato saperlo, un giorno si era rinchiuso nel suo minuscolo studio annerito dal fumo e aveva detto alla moglie che da quel momento avrebbe cominciato la stesura del suo libro. Niente di strano, mi direte, eppure la moglie era esplosa in una grassa risata sguaiata che a lui era apparsa malefica e un po’ teatrale.
Il primo capitolo lo intitolò “ La risata malefica”.
Certo, della povera donna non poteva dirsi che fosse una strega, o meglio, lo era allo stesso modo in cui lui era scrittore. Era una donna come tante, con un matrimonio come tanti e una vita come tante; di questo lei non era poi così sicura se con le sue amiche definiva la sua esistenza ‘mediocre, quasi quanto quel topo che ho sposato’.
A forza di sentirselo dire, il signor Gaspare sembrava davvero assomigliare sempre più ad grasso e vecchio topo di città. Tozzo e impacciato nella sua giacca di un grigio slavato, si muoveva con passi furtivi tra una stanza e l’altra, strizzando i piccoli occhi dietro le spessi lenti da miope. Del suo lavoro non amava parlare, lo annoiava il solo accennarvi e alle domande della moglie ‘squittiva’ il suo “ tutto vecchio, che si mangia?” .
Avrà pure delle passioni il nostro ‘scrittore’! Mi spiace deludervi ma ancora una volta la moglie ha ragione “quello o mangia, o dorme, o fuma, non sa fare altro”.
Ecco, ora che lo conoscete un po’ meglio (in realtà non c’è molto altro da dire, essendo la sua vita immutata da almeno trent’anni) non potete non stupirvi della sua improvvisa decisione di scrivere un capolavoro.
E cosa raccontare al suo pubblico che presto lo avrebbe 'amato'?
Ci aveva pensato per qualche minuto e infine si era deciso: di cosa parlare se non di se stesso? La sua vita gli sembrava adatta ad un’opera di così tanto 'valore'. Così aveva cominciato e poco dopo gli sembrava di avere già un fratello, o meglio un gemello.
Il nuovo Gaspare viveva nella sua stessa casa e dormiva con la sua stessa moglie, fumava quaranta winston blu al giorno e non riusciva a mangiare i carciofi per colpa dei denti un po’ troppo sporgenti. Del lavoro non parlava, in compenso era più ricco, pare avesse ricevuto una piccola eredità, questa bastava a tenere a bada la moglie che comprava ogni giorno un cappello e non aveva trovava più il tempo per beccarlo.
Questo gemello se ne stava nel suo studio intere giornate, pare stesse scrivendo anche lui un romanzo ma di cosa parlasse non era dato sapere. Per distinguerlo dal nostro scrittore c’era un unico modo, il suo ciuffetto era bianco e più spelacchiato.
Da quel famoso giorno in cui divenne scrittore trascorsero anni.
Quando la moglie aveva lasciato la tana, finalmente il suo gemello si era deciso a sbucare dalla pagina e ora si aggirava indisturbato per la casa, lamentando la puzza di muffa che non lo faceva respirare.
Gaspare non era mai stato così felice e seguitava a parlare col fratello e a dettargli il suo romanzo. Si erano infatti accordati: uno dettava, l’altro scriveva ‘stesso sangue, stessi pensieri!”
Certo, ad un qualsiasi lettore quel romanzo sarebbe risultata illeggibile: ogni pagina finiva per ricalcare la precedente e i due fratelli non si alzavano quasi più dalla sedia, intenti a scrivere che il loro gemello, identico ma dal ciuffo rosso, sedeva su una sedia, intento a scrivere un romanzo il cui protagonista aveva anch’esso un ciuffo, ma biondo, e anche lui sedeva, intento a scrivere il suo romanzo…
Ogni giorno nasceva un gemello e i primi due non riuscivano più tenere il conto, tanto si era allargata la loro famiglia.
‘La cosa importante era non confondersi, una cosa era certa, gli altri stavano su un foglio, loro erano in carne e ossa, questo era bene precisarlo!’

Quel giorno Gaspare si era alzato in silenzio, non lo aveva confidato a nessuno ma aveva deciso di finire il suo romanzo e intendeva scrivere lui l’ultima pagina. Bisognava far piano, non svegliare lo scrivano, non gli avrebbe permesso di mettere l’ultimo punto. Prima di impugnare la penna sbirciò il letto del suo gemello, era vuoto! ‘Sarà andato in bagno, bisognava sbrigarsi, bastava una frase, magari ad effetto, insomma ci voleva un gran finale’. E quello scrisse “GRAN FINALE.”.
L’opera d’arte era terminata.
Decise di andare in bagno e confessare, la porta era aperta si decise ad entrare e trovatolo vuoto si intravide per caso allo specchio. Cominciò a urlare gridando al gemello che quelli non erano scherzi da farsi! Come gli era saltato in mente di colorargli il ciuffo di bianco?
 Il perfido gemello non rispondeva, la tana era immersa in un silenzio che sapeva di addii e odorava di muffa.


Lo trovarono così, chino sul quaderno immacolato, mentre piangeva e farfugliava qualcosa su un tale gemello che era scappato, portandosi via il suo capolavoro e il ciuffetto che sapeva di voglia al cioccolato. 

mercoledì 18 gennaio 2017

Fortuna che aveva le antenne




Se ne stava tutta sola su un tappeto di pesci morti.
Immobile, sotto quel vetro esposto ai clienti, sembrava scrutarli con aria imbronciata o forse era solo un po’ frastornata, gelata e sfiancata.

A quel bambino che si fermò per guardarla parve il pesce più colorato, così la fissava, come imbambolato.
D’un tratto l’antenna parve oscillare, quel tanto che basta per farlo sobbalzare e quasi gridare.
C’era riuscita, aveva mosso le antenne. Ancora uno sforzo e l’avrebbe notata.
Che fa? Si allontana? Non è così che doveva andare.
Pochi istanti ed eccolo ritornare.
È proprio un bambino, ci aveva sperato. I bambini mangiano pizza e patatine, se muove le antenne sembrerà divertente, la vorrà per giocare.
Ancora uno sforzo.

« Mamma, mamma guarda che bello questo pesce!».
C’era riuscita. Gli era piaciuta.
« Non è un pesce Luca, è un’aragosta. Vieni qui! Io e papà stiamo scegliendo il menù. Fanno anche la pizza con le patatine».
Ce la fa, si è mossa, se solo non fosse così stanca...
« Voglio questa mamma».
È salva. Ancora uno sforzo e sarebbe diventata come quei pesci lì, cominciavano anche a puzzare, poveri loro. Lei no, fortuna che aveva le antenne
« Luca scegli cosa vuoi mangiare».
« Voglio questa mamma, la voglio mangiare».
« Ma non è adatta a un bambino, sicuro che non vuoi la pizza?».
« Non sono più un bambino, come devo dirtelo? E poi si muove, non mi piacciono i pupazzi che si muovono. La voglio mangiare».
Qualcuno l'aveva strappata con forza dal tappeto maleodorante.
« Signora accontenti il giovanotto, l’acqua è già calda, la vado a cucinare».

Un ultimo uno sforzo sarebbe bastato. Era già immobile prima di sparire tra le bolle.


giovedì 5 gennaio 2017

Buona la prima...e anche la seconda e la terza.

Forse ti stavo raccontando quella storia del soffitto che era crollato e dell'avvocato della padrona di casa a cui avrei dovuto dire che soffrivo d'asma e non potevo più vivere in quelle condizioni.
Forse stavo aggiungendo che non soffrivo affatto di asma, ma che il soffitto era crollato davvero e avrei dovuto testimoniare il falso a un avvocato, proprio io che le bugie non ne le sapevo raccontare.
Forse stavamo parlando di musica e tu  mi ascoltavi, scettico e divertito, mentre decantavo le lodi del reggae e di tutto quel mondo di feste, festini e colori sgargianti al quale credevo di appartenere.
Se era di feste che si parlava, sicuramente stavo accennando a quella che "proprio io" avevo ideato, quella che sarebbe passata alla storia come " schiuma party".
La raccontavo sempre a tutti, soprattutto a chi non conoscevo.
Avevamo allagato con acqua insaponata il salone di quella 'grotta' in cui vivevamo durante il  primo anno di università e c'eravamo messi a scivolare; avevamo anche provato a costruire uno scivolo con un armadio, non era stata una trovata geniale, ovviamente non si scivolava affatto, ma io del resto l'avevo previsto. Avevamo anche comprato chili di plastica per coprire le pareti della casa e avevamo isolato il salone con bottiglie disposte in fila davanti alle porte. Sì, cerano voluti mesi ma ne era valsa la pena. No, non era morto nessuno, anche se un ragazzo era rimasto a terra diversi minuti dopo aver sbattuto la testa. Effettivamente era stato pericoloso, ma ci eravamo divertiti, peccato che non c'eri, non ci conoscevamo ancora.

Ora che ti guardo meglio la tua espressione è proprio quella che hai quando ascolti qualcuno che credi strano, o comunque buffo.
Ora lo so e so anche molte altre cose.
So che i miei capelli  li preferisci lunghi e del mio colore, che a tutto quell'ombretto preferisci gli occhiali, che col rossetto non ti piaccio, sto meglio in pigiama.
So che le storie strane e buffe ti piacciono ancora e quando stai per ascoltarne una ti metti comodo, con un braccio sul fianco e un'espressione da bimbo divertito.
Questa foto l'ho ritrovata per caso così come è stato un caso ci fossi anche tu quella sera, che avessi accettato l'invito per un compleanno di cui quasi non conoscevi la festeggiata, è stato un caso l'averti conosciuto e l'avere scoperto che vivevamo nella stessa strada.
Chiamiamolo caso, o destino, insomma quella tutta quella roba in cui io credo e tu forse no. Eppure, qualche minuto fa,  quando questa vecchia foto è riemersa dal caos del mio computer non ci ho visto né il caso, né il destino, ci ho visto la prima scena, quella subito dopo il ciak.
Due sconosciuti che parlano ad una festa, lei sta raccontando che qualche giorno prima è crollato il soffitto di casa; lui pensa che è davvero una tipa buffa, forse un po' strana ma simpatica, peccato per quei capelli colorati.
Ciak! Buona la prima.